I reportage di Domenico Iannacone hanno sempre dimostrato che il giornalismo può ancora essere un esercizio di empatia. Non quella superficiale, costruita per strappare una lacrima facile, ma quella più difficile, che consiste nel non giudicare nessuno: Iannacone ascolta prima ancora di intervistare, ed entra nelle case con la delicatezza di un ospite e non con l’arroganza di chi pensa di possedere già le risposte. È per questo che a Chi l’ha visto potrebbe funzionare: riuscirebbe a eliminare qualsiasi sensazionalismo dalla cronaca nera concentrandosi sulla sostanza delle cose e non sul superfluo. Negli anni è riuscito a costruire con il pubblico una fiducia sconfinata e la certezza che non abbia mai interpretato un ruolo per entrare nel cuore della gente ne è la conferma.

C’è qualcosa di profondamente controcorrente nel suo modo di fare televisione: non cerca l’effetto, ma il senso. Non rincorre il caso mediatico, ma preferisce storie che sembrano minuscole e che, proprio per questo, finiscono per parlare a tutti. Il giornalismo di Domenico Iannacone è quello della sottrazione, dove ogni parola pesa perché nessuna è di troppo. Umiltà, preparazione, l’innata capacità di protendere l’orecchio verso l’ascolto scegliendo di non mettersi per forza al centro della scena: è questo quello di cui il giornalismo televisivo, specie quello legato alla cronaca nera, avrebbe bisogno oggi. E potrebbe essere questo che Chi l’ha visto meriterebbe dopo Federica Sciarelli, sempre che qualcuno prendesse seriamente in considerazione la sua candidatura, scegliendo di scommettere su un volto che non ha mai voluto impartire lezioni morali a nessuno e che, a essere un personaggio, ha preferito essere un testimone.