di
Giorgio Terruzzi
Nessuna parola fuori posto, un carattere già adulto nonostante l’età. Come il Dottore ha preservato una parte fanciullesca
«Ha spinto al massimo e non ha sbagliato niente. Una vittoria che non sembra di un diciannovenne. Kimi è molto più maturo della sua età». Toto Wolff, gran capo Mercedes, ha molte ragioni per godersi il momento: Antonelli è stato un suo investimento e i frutti sono strepitosi visto che parliamo di un pilota ormai lanciatissimo verso il massimo traguardo possibile.
Wolff parla ripetutamente di «maturità», termine che viene abbinato ad una gamma ampia di aggettivi, di superlativi. Anche se, proprio pensando a Kimi, è la naturalezza a meravigliare. Quando parla, quando viene inquadrato, non mostra mai atteggiamenti da persona più adulta della propria età. Piuttosto, esprime un modo giocoso di trattare la professione e tutto ciò che gli sta attorno. Qualcosa che ha una radice lunga, viene dalla propria infanzia, dal piacere, appunto, di potersi dedicare ad un divertimento che premia una natura e, in seconda battuta, il talento. Quando dice: «Per me la felicità è stare bene. In pace con me stesso, rilassato, riuscire a godermi la vita, la famiglia, gli amici. E guidare in F1, ovviamente», manifesta sentimenti semplici, ciò che del resto appare osservando come si veste, senza mai un vezzo, un esibizionismo; come vive questa avventura che a noi, ben più che a lui, pare straordinaria anche se non incide affatto sul suo atteggiamento. Non compaiono fidanzate o accessori, non si registrano mutamenti sensibili rispetto al Kimi di uno, due, tre anni fa.
Si diverte a colpire zanzare con la racchetta elettrificata alla vigilia di una corsa, chiede le lasagne alla mamma tornando da una trasferta vincente.
Antonelli sta dento un gioco che gli riesce benissimo oggi come ieri. L’ha imparato da bambino, quando ha cominciato a covare e poi coltivare un sogno. Una consapevolezza che comporta impegno, dedizione, un accanimento che solo la potenza del sogno, appunto, sostiene e gli permette di affrontare difficoltà sempre maggiori senza mutare approccio.
In questo ricorda Valentino Rossi, un altro super campione capace di preservare il divertimento del proprio fare, entrambi avviati alla pratica in tenerissima età da padri — Marco e Graziano — molto diversi tra loro, affettuosi e sapienti a proposito di motorismo e agonismo. «Chissà cosa sarebbe accaduto se avessi avuto un babbo calciatore», si domanda Vale. «La risposta non esiste, non c’è». Come dire: il talento è un dono, sboccia solo nell’abnegazione, nel tirocinio all’interno di un contesto. Ed è la passione che permette di trattare ogni sforzo quotidiano in una fatica necessaria, gradevole perché indispensabile per perfezionale i gesti, la sensibilità, i meccanismi decisivi.
«Kimi era così quando aveva 11, 12 anni — spiega Luca Baldisserri, ex ingegnere e stratega Ferrari, a lungo collaboratore di Marco Antonelli — concentrato, curioso, pronto a studiare i grandi campioni. Deciso a raggiungere il suo obiettivo». Esattamente come il giovanissimo Rossi. Bimbi, ragazzi e poi uomini che hanno preservato una parte fanciullesca. Ciò che rende più libero e certo il gesto, più cocciuto l’apprendimento, più naturale, appunto, il confronto con difficoltà crescenti. Con l’intimo godimento che viene dalla consapevolezza di crescere e correre, molto seriamente, dentro lo sport. Il reparto giocattoli della vita.
21 luglio 2026
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