di
Franco Cordelli

Padre del «Meta-Teatro» e protagonista dell’avanguardia teatrale degli anni Settanta, aveva interpretato Andreotti ne «Il traditore» di Marco Bellocchio

Come Memè Perlini, caduto alle otto del mattino dal balcone di casa, con Pippo Di Marca se ne va l’ultimo dei grandi registi del teatro italiano d’avanguardia. Aveva 86 anni. Ha lasciato un biglietto alla moglie e al figlio: «Scusate, non ce la faccio più». La malattia lo incalzava, lo aveva indebolito.

Negli anni Sessanta c’erano stati Carlo Quartucci e Leo De Berardinis, Carmelo Bene e Mario Ricci, ma il nuovo teatro esplose all’inizio dei Settanta. Pippo (eravamo amici) debuttò come attore con Giancarlo Nanni, nello spazio La Fede a Porta Portese.



















































Indimenticabile il suo primo spettacolo come regista, Seppellire i morti, di Irving Shaw: morti che non accettano di essere dimenticati là, sottoterra, e si ribellano all’esercito di cui facevano parte. In una vera cantina, il Beat 72, di questo «esercito» fecero parte, accanto allo stesso Nanni, Memè Perlini e Giuliano Vasilicò, Cosimo Cinieri e Simone Carella.

C’è una straordinaria coincidenza con l’arrivo a Roma di Bob Wilson e del suo primo spettacolo, Deafman Glance: il teatro cui assistiamo di consueto fu chiamato «teatro di parola», ad esso si contrappose il «teatro immagine», poi «teatro di figura», in una delle sue tante evoluzioni.

Lungo queste evoluzioni, il teatro di Pippo Di Marca divenne un vero e proprio «teatro nomade», sia nella straordinaria scelta dei testi (da Lautréamont a Bolaño, ricorrente e dominante Joyce) sia nella continua ricerca di nuovi spazi in cui far vivere il suo Meta-Teatro, da Campo de’ Fiori a Trastevere.

Pippo scrisse più di un libro, voglio ricordare «Brasile, addio» dedicato al calcio, e «Sotto le tende dell’avanguardia». Ma lo ricordo anche come un tenebroso Andreotti nel film di Marco Bellocchio Il traditore; e come performer di ineguagliata, sottile potenza nello spettacolo dello scorso maggio a Pescara, Essere o non essere, in memoriam di Carmelo Bene.

Prima lo aveva fatto a Roma, a Villa Lazzaroni. Entrò come se barcollasse, non barcollava, si sedette, si alzò, lesse da un leggio, poi non lesse più, parlava o recitava, recitava o parlava: tra il fare e il dis-fare, l’incantesimo di sparire

21 luglio 2026