L’età anagrafica non è sempre la stessa cosa dell’età biologica. Due persone nate nello stesso anno possono avere organismi che procedono a velocità diverse, influenzati da patrimonio genetico, malattie, fumo, attività fisica, alimentazione e molte altre esposizioni. Per misurare questa distanza, i ricercatori utilizzano gli “orologi epigenetici”, modelli che analizzano nel sangue particolari modificazioni chimiche del DNA, chiamate metilazioni: non cambiano la sequenza genetica, ma sono legate al modo in cui l’organismo regola l’attività dei geni. Quando l’età stimata da questi marcatori supera quella reale, si parla di invecchiamento epigenetico accelerato. Lo studio suggerisce che questa accelerazione non rimanga confinata nei dati di laboratorio, ma possa riflettersi sulle capacità necessarie per vivere in autonomia.
La ricerca ha coinvolto 970 adulti reclutati a Tolosa e dintorni, tra i 20 e i 102 anni, con un’età mediana di 64 anni, seguiti per circa tre anni. All’inizio sono stati calcolati cinque diversi orologi epigenetici e un indicatore di invecchiamento infiammatorio. Ogni anno, inoltre, gli studiosi hanno valutato la “capacità intrinseca”, il concetto promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità per descrivere l’insieme delle risorse fisiche e mentali di una persona. Sono state misurate cognizione, mobilità, benessere psicologico, vitalità attraverso la forza di presa, vista e udito. Chi mostrava un’età epigenetica più avanzata tendeva ad avere una capacità complessiva più bassa, e l’associazione diventava più marcata con l’avanzare dell’età. Il legame restava visibile anche tenendo conto di istruzione, indice di massa corporea, fumo, attività fisica e presenza di più malattie.
Tra i diversi strumenti analizzati, l’orologio GrimAge è risultato quello più strettamente associato al declino funzionale. Il dato più netto riguardava il movimento: equilibrio, velocità del cammino e capacità di alzarsi da una sedia, rilevati con una batteria standardizzata di test. La mobilità è emersa come il dominio più vulnerabile all’invecchiamento biologico accelerato, mentre i legami con cognizione, tono psicologico, forza e sensi erano meno uniformi. È un risultato rilevante perché camminare e mantenere l’equilibrio richiedono il lavoro coordinato di muscoli, sistema nervoso, apparato cardiovascolare e riserve energetiche: il movimento può quindi diventare una sorta di fotografia complessiva della tenuta dell’organismo. Nei modelli statistici, l’effetto appariva particolarmente evidente negli uomini e nelle persone più anziane. Anche l’invecchiamento infiammatorio mostrava qualche relazione con la perdita di capacità, ma in modo più debole e meno coerente; quando accelerazione epigenetica e infiammatoria erano presenti insieme, la compromissione risultava maggiore.

Il messaggio, però, non è che un esame del sangue possa già prevedere chi perderà autonomia. Lo studio è osservazionale, il periodo di osservazione è relativamente breve, i biomarcatori sono stati misurati una sola volta e il campione era prevalentemente bianco: l’associazione non dimostra che l’età epigenetica accelerata sia la causa diretta del peggioramento motorio. Questi orologi, inoltre, non sono tutti equivalenti e non devono essere confusi con i test commerciali che promettono un’età biologica definitiva. La prospettiva più interessante è preventiva: integrare in futuro marcatori molecolari e semplici prove di cammino, equilibrio e forza potrebbe aiutare a riconoscere prima le persone più vulnerabili, quando esiste ancora spazio per proteggere la funzionalità. Per ora, la conclusione più concreta resta che l’invecchiamento non si legge soltanto nel DNA: spesso comincia a farsi vedere nel modo in cui il corpo si alza, cammina e mantiene l’equilibrio.
Rouch L, De Souto Barreto P, Rolland Y, et al. Accelerated Epigenetic and Inflammatory Aging and Intrinsic Capacity. JAMA Network Open. 2026;9(7):e2624102. DOI:10.1001/jamanetworkopen.2026.24102.

