CREMONA – Non è un museo perché non ha una collezione permanente, ma è qualcosa di più di una galleria ed è riduttivo definirlo solo uno spazio espositivo: (sala effe) – in minuscolo e tra parentesi, quasi in punta di piedi – vuole essere un luogo dedicato all’arte contemporanea e insieme una finestra aperta sulla città e il territorio. Vedrà luce nel padiglione Amati del Museo del Violino e l’apertura – il 19 settembre – sarà impreziosita dalla mostra ‘La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare’. Il nome (sala effe) non è ovviamente casuale: le effe sono i fori di risonanza intagliate sulla tavola armonica degli strumenti ad arco o di certe chitarre acustiche, essenziali per far uscire il suono all’esterno. Il richiamo va alla sede che ospita (sala effe), ma più in generale a una tradizione artistico-artigiana che da oltre due secoli porta il nome di Cremona nel mondo.

«Cassa di risonanza sperimentale per l’arte contemporanea, (sala effe) nasce quindi con l’intento di generare connessioni tra pubblici trasversali, in un dialogo virtuoso con la città e con la scena contemporanea internazionale – dicono le note di presentazione -. Un segnale che ci ricorda che le cose possono accadere, anche in Italia, anche al di fuori dalle traiettorie geografiche più note. Luogo pulsante e di connessioni, lontano da logiche commerciali e blockbuster, (sala effe) ospiterà nel tempo progetti dai linguaggi innovativi, che si alterneranno su un duplice binario: quello delle mostre curate, con nuove produzioni e importanti prestiti di opere, e quello delle mostre su collezioni private, che rappresentano un tassello significativo – e fino ad ora in Italia pressoché inesplorato – della programmazione, con la finalità di rendere accessibile al pubblico le collezioni prescelte con un’attenta curatela e selezione. L’intento di mettere in mostra collezioni private solitamente nascoste al pubblico rappresenta un importante elemento di consonanza con il Museo del Violino stesso, con cui (sala effe), pur mantenendo una programmazione indipendente, è in dialogo. L’indole di (sala effe) è quella dello spazio aperto, vivo, che segue un approccio più vicino alla metodologia sperimentale di un laboratorio che a un museo».

Uno spazio ibrido e flessibile, fluido e multidisciplinare, che guarda alla città senza dimenticare una vocazione internazionale, mettendo in relazione collezionisti, galleristi, artisti, curatori, pubblico e istituzioni. E questo non in una delle grandi capitali dell’arte, ma in una cittadina di provincia, all’interno di Palazzo dell’Arte, capolavoro architettonico di Carlo Cocchia realizzato in pieno periodo bellico e tuttora modernissimo, a testimonianza che a Cremona il contemporaneo è di casa da sempre.

Alla base del progetto di (sala effe) c’è il lavoro di un comitato scientifico al lavoro da circa due anni. Ne fanno parte i galleristi Leonardo Caldonazzo Arvedi, Claudia Ciaccio e Paolo Zani; i collezionisti Enea Righi e Lorenzo Paini; Ilaria Dal Lago, project manager; Antonio Scoccimarro, professionista del sistema culturale e della comunicazione.

La curatela delle mostre sarà affidata di volta in volta a un team di lavoro composta da membri del comitato, da curatori e professionisti esterni; ogni mostra è concepita come un progetto in itinere, riconfigurabile, che continua a vivere dopo l’opening anche attraverso riallestimenti, attivazioni multidisciplinari ed eventi aperti alla città.

La mostra inaugurale – dal titolo wertmülleriano ‘La terra piatta è una dimensione lirica del luogo come se regredire fosse inventare’ – è a cura di Paolo Zani. Vi saranno esposte opere di Mariia Andreeva, Alighiero Boetti, Caleb Considine, Racheal Crowther, Giorgio de Chirico, Rineke Dijkstra, Jason Dodge, Peter Fischli e David Weiss, John Gerrard, Tarik Kiswanson, On Kawara, Paul Kos, Diego Perrone, Paola Pivi, Pietro Roccasalva, Hans Schabus e Damon Zucconi. Aperta fino al 14 marzo, la mostra è incentrata sul concetto di spazio-tempo, inteso come metafora di una realtà che non è mai assoluta, ma sempre soggetta a interpretazione, modifica e a una continua ricerca della verità. Il meccanismo attivato dal dialogo tra le opere d’arte e le loro modalità di funzionamento mira a generare una sorta di tautologia esperienziale, in cui l’interazione del pubblico ridefinisce l’intento stesso delle opere. Questo tipo di esperienza, che va oltre la natura statica tradizionale di una mostra d’arte, cerca di coinvolgere il pubblico attraverso una partecipazione dinamica, immersiva e stimolante.

L’idea è di andare oltre questa e le mostre che verranno, promuovendo laboratori e incontri dalla forte valenza partecipativa e legati al territorio, in un percorso fatto di ascolto e percorso. È, negli auspici, anche un modo per trasformare l’arte contemporanea – ritenuta di nicchia, spesso ‘incomprensibile’ – in una chiave per aprirsi al mondo.