
Cosa dire di nuovo di Amy Winehouse (14/9/1983 – 23/7/2011)? Il nuovo documentario della BBC ci riesce: dove vederlo stasera. Foto ufficio stampa Sky
CI SONO ARTISTI CHE sembrano destinati a vivere due volte. La prima sul palco, tra applausi e dischi venduti. La seconda, molto più lunga e complicata, dentro il racconto che gli altri costruiscono su di loro. Amy Winehouse appartiene a questa categoria. Da 15 anni (è morta a Londra, il 23 luglio 2011, a 27 anni) la sua vita continua a essere smontata e rimontata come un puzzle emotivo. Ogni documentario aggiunge un tassello, ogni intervista promette una verità definitiva, ogni anniversario riapre una ferita che il pubblico sembra incapace di lasciar rimarginare.
Dove vedere il nuovo documentario su Amy Winehouse oggi 22 luglio, in tv e streaming. Quanto dura
Con Amy Winehouse Anima ribelle, la BBC sceglie una strada diversa. Stasera, a 24 ore dall’anniversario, il documentario arriva su Sky Arte, in prima visione, alle 21,15, visibile anche in streaming su NOW e On Demand. Sono “solo” 60 minuti.
Amy Winehouse Anima ribelle: storia, protagonisti, novità del documentario sulla miglior cantante solista del XXI secolo (The Times)
Non cerca il colpo di scena, né il dettaglio scandalistico. Fa qualcosa di più sottile: prova a sottrarre Amy alla leggenda per restituirla alla quotidianità. È un’operazione quasi controcorrente. La protagonista, in fondo, arriva quasi di nascosto. Prima ci sono i racconti della madre Janis, segnata dalla sclerosi multipla e dalla paura di perdere anche i ricordi della figlia. Poi gli amici, i familiari, le fotografie domestiche, i filmati girati senza alcuna intenzione di diventare materiale d’archivio. È proprio lì che accade qualcosa di interessante. La diva sparisce. Resta una ragazza del nord di Londra che ride troppo forte, canta per gioco, prende in giro gli amici e sembra completamente inconsapevole di avere una delle voci più straordinarie degli ultimi cinquant’anni. È forse questo il pregio maggiore del documentario: ricordarci che Amy Winehouse non nasce come personaggio. Diventa personaggio. E, come spesso succede, il personaggio finisce per divorare la persona.

L’artista londinese da bambina in un’immagine del documentario Amy Winehouse Anima ribelle
La recensione del nuovo documentario su Amy Winehouse
La regia evita accuratamente di trasformare il dolore in spettacolo. Certo, non mancano le pagine più oscure: le dipendenze, la relazione tossica con Blake Fielder-Civil, il rapporto difficile con la fama. Ma il racconto rinuncia alla tentazione del processo. Non cerca colpevoli assoluti, né assoluzioni definitive. Preferisce mostrare quanto sia facile, col senno di poi, distribuire responsabilità su una vicenda che, mentre accadeva, appariva molto più confusa.
Le differenze con il documentario Amy, vincitore dell’Oscar
Ed è qui che Anima ribelle dialoga inevitabilmente con Amy, il documentario Premio Oscar 2016 di Asif Kapadia. Là il montaggio costruiva una spirale tragica, quasi una discesa inevitabile verso la fine. Qui, invece, la prospettiva cambia. Non perché quella tragedia venga negata, ma perché viene osservata dal salotto di casa invece che dal centro del palcoscenico. È la differenza tra una biografia e un album di famiglia.
Il prezzo della scelta: i difetti di Anima ribelle
Naturalmente questa scelta ha un prezzo. Il documentario tende a proteggere i suoi protagonisti. Alcune figure risultano più sfumate di quanto la cronaca abbia raccontato, certi conflitti vengono smussati, alcune responsabilità sembrano evaporare nella nostalgia. È un limite evidente, ma anche dichiarato. La BBC non pretende di consegnare la versione definitiva della storia. Offre piuttosto il diritto di replica a chi, fino a oggi, aveva parlato meno.

Una delle immagini mai viste prima presenti nel documentario della BBC su Sky Arte e NOW
Anomalia della natura e vittima della sorveglianza social permanente
Nel frattempo, però, succede una cosa curiosa. Più il documentario insiste nel mostrarci una Amy normale, più diventa evidente quanto fosse eccezionale. Bastano pochi secondi davanti a un microfono perché ogni discorso si interrompa. Quella voce resta un’anomalia della natura. Antica e contemporanea, ruvida e raffinata, capace di attraversare jazz, soul, pop e rhythm and blues senza chiedere permesso a nessuno. Ed è impossibile non riflettere sul ruolo che tutti abbiamo avuto nella costruzione del suo mito. I fotografi appostati fuori casa. I tabloid affamati di immagini sempre più degradanti. I social network agli albori, già pronti a trasformare una crisi personale in intrattenimento globale. Amy Winehouse è stata una delle prime vittime della cultura della sorveglianza permanente. Oggi la chiameremmo viralità. Allora si chiamava gossip.
Provare disagio, non per lei ma per noi
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Rivedere quelle immagini, a distanza di anni, produce un certo disagio. Non tanto per ciò che raccontano, ma per ciò che dicono di noi spettatori. Eravamo convinti di assistere alla vita di una celebrità. Stavamo invece osservando il naufragio di una ragazza di 27 anni. Forse è proprio questa la ribellione evocata dal titolo italiano. Non quella fatta di eccessi, tatuaggi o capelli cotonati. La vera ribellione di Amy era musicale. Cantava soul quando il pop inseguiva l’elettronica. Scriveva testi spietatamente autobiografici quando l’industria preferiva prodotti levigati. Era fuori moda prima ancora di diventare un’icona. Alla fine del documentario resta una sensazione insolita. Non quella di aver finalmente capito Amy Winehouse, impresa probabilmente impossibile, ma di aver smesso per un’ora di considerarla un simbolo. E oggi, in un’epoca che trasforma ogni talento in un marchio e ogni fragilità in una narrazione da consumare, è forse il gesto più rispettoso che si possa compiere nei confronti di un’artista che aveva chiesto soltanto una cosa: essere ascoltata.