di
Guido Olimpio

Per il tycoon l’Arabia di Bin Salman resta più un cliente che un alleato

Una lunga marcia ha portato i sauditi verso la meta nucleare. Un percorso costellato di rifiuti, pressioni, trattative da bazar. Alla fine, l’intesa è arrivata e non è un caso che lo sia grazie a Donald Trump, poco paziente con la diplomazia ma attento agli affari. Il presidente non ha mai nascosto di considerare il regno un cliente piuttosto che un alleato, una visione ribadita anche in modo colorito nei confronti del partner. E ha trovato la chiave per assecondare una richiesta partita da lontano.

Prudenza iniziale

Il principe Mohammed Bin Salman lo ha dichiarato spesso: se l’Iran arriva alla Bomba, lo faremo anche noi. Un’affermazione ad accompagnare i ripetuti contatti con gli Usa riguardanti lo sviluppo di un programma atomico civile. Infatti, i sauditi hanno bussato più volte alla porta di Washington incontrando reazioni più che prudenti. Gli Stati Uniti hanno tergiversato. C’era la questione iraniana aperta, erano forti le pressioni israeliane per un no, esisteva (ed esiste) il timore di favorire la proliferazione in una regione esplosiva, al Congresso erano molti i parlamentari poco propensi ad appoggiare il disegno strategico saudita. Però dovevano tener conto dei rapporti con l’Arabia, perno della presenza militare nel Golfo e socio rilevante. Nel tentativo di trovare una soluzione gli americani hanno proposto, già nel 2020, un baratto: in cambio della collaborazione nucleare, Riad doveva finalmente riconoscere in modo ufficiale lo Stato di Israele.



















































La marcia di Riad per l’atomica e l’ostilità radicale degli israeliani Offerte e dinieghi come al bazar

Strada tortuosa

La strada, però, si è rivelata tortuosa. I sauditi, impazienti e frustrati, hanno esplorato altre possibilità, compresa un’eventuale soluzione cinese. Nel 2023 sono riemerse notizie sui contatti con Pechino, estensione di relazioni che avevano portato il Paese arabo ad acquistare missili dalla Repubblica Popolare. Iniziativa che naturalmente ha causato reazioni negative a Washington, guardinga sui giochi di sponda delle petromonarchie, con gli emiri disinvolti nello sviluppare politiche in ogni direzione, senza mai trascurare i contatti con Pechino e il Cremlino. Due superpotenze, tra l’altro, indifferenti — come Trump — alle violazioni dei diritti umani o a episodi tragici come l’omicidio dell’esule saudita Jamal Khashoggi. Il processo non si è comunque interrotto. Gli Stati Uniti hanno proposto una formula nota come «Accordo 1 2 3» che prevedeva la rinuncia all’arricchimento dell’uranio unita a controlli stringenti. La stessa siglata dagli Emirati Arabi Uniti che hanno costruito due centrali con l’assistenza della Corea del Sud. Solo che Riad non voleva limiti.

Tolti i vincoli

La guerra Iran-Usa/Israele ha sconvolto il teatro. Lo scudo statunitense si è dimostrato meno efficace del previsto, gli sceicchi si sono trovati esposti al tiro dei pasdaran. Salman, nel mentre, si è rivolto al Pakistan per ampliare la storica cooperazione in campo militare e Islamabad ha offerto il proprio «ombrello» nucleare ai sauditi mentre gli Emirati si sono affidati all’India. Intanto sono proseguiti i mercanteggiamenti con Washington, favoriti dalla posizione di Trump, molto più disponibile. Il presidente, infatti, ha concesso ai sauditi il diritto di arricchire l’uranio e ha eliminato condizioni vincolanti, sconto rilevante su una questione fondamentale. Gli uomini di The Donald hanno ribattuto sostenendo che vi saranno comunque garanzie. Rassicurazioni accolte con scetticismo da Israele, profondamente ostile a un’Arabia col nucleare e determinato a conservare la supremazia in questo campo. Una posizione negativa che si è aggiunta alle critiche per il Memorandum di tregua con Teheran ritenuto — non solo dallo Stato ebraico — troppo vago. E tutto ciò è avvenuto mentre lo stesso Trump ha rimesso il programma atomico iraniano al centro del mirino minacciando di colpire il sito ospitato dalla montagna Pickaxe.

22 luglio 2026