Ancora oggi i giornali di sinistra si ostinano a negare gli effetti collaterali dei «dogmi» imposti in pandemia da sedicenti esperti. Ma rifiutando qualsiasi pensiero divergente, persino quello dei dottori, sono i primi a sacrificare la verità in nome dell’ideologia
Il senso profondo di questa patetica vicenda riguardante il Gruppo tecnico nazionale consultivo sulle vaccinazioni (Nitag) – conclusasi con l’estromissione di Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle dal comitato – è perfettamente riassunto da un passaggio dell’intervista allo stesso Serravalle pubblicata ieri dalla Stampa. Il medico spiegava di aver parlato in commissioni Covid «dei danni delle vaccinazioni e delle misure eccessivamente stringenti durante il lockdown che hanno provocato diversi danni sui ragazzi». Ed ecco la reazione dell’intervistatrice: «Danni delle vaccinazioni, critiche alle misure anti-Covid. È sicuro di non essere no vax?». L’ideologia dominante sta tutta qui, in questa domanda posta da una giornalista che accusa surrettiziamente un medico di essere «no vax» perché ha criticato una misura politica (il lockdown) e perché ha osato citare i danni da vaccino (che esistono, sono documentati e hanno colpito persone che si sono ovviamente vaccinate e non i suddetti, perfidi no vax). Questo è il livello del dibattito mediatico e politico in Italia, e quotidianamente una larghissima fetta dei presunti esperti, tecnici e professionisti contribuisce a mantenere questa aberrante cappa di ottusità e sudditanza.
Lo fa, ad esempio, Eugenia Tognotti sulla Stampa, prendendosela con Matteo Salvini per «la follia sui medici no vax». La follia sarebbero le parole che il ministro leghista ha pronunciato in difesa di Serravalle e Bellavite e soprattutto in difesa della libertà del pensiero e della scienza.
Secondo la Tognotti, tale libertà non deve esistere. «I dogmi», teorizza, «riguardano le verità che si ritengono immutabili in quanto rivelate da un’entità superiore, non certamente quelle acquisite sperimentalmente, considerate definitive dagli scienziati dopo innumerevoli osservazioni e controlli. Le conclusioni possono essere sempre essere soggette a ulteriori modifiche o aggiunte. A differenza di altre forme di conoscenza, infatti, la scienza fornisce spiegazioni controllabili secondo modalità generali sulle quali esiste pieno accordo tra gli scienziati. Anche questa vicenda del Nitag – minore solo all’apparenza, per ciò che implica nel presente e nel futuro, ci dice che mai nella storia come nel difficile momento storico che stiamo attraversando, la politicizzazione della scienza ha raggiunto questi livelli; e mai i concetti di scienza e di verità, sono stati così in pericolo, messi in discussione e considerati come qualcosa di temibile da osteggiare e combattere con tutti i mezzi».
Sono più o meno sulla stessa falsariga le affermazioni di Annalisa Cuzzocrea, che su Repubblica se la prende con il «populismo degli anti vaccini». Il problema, dice lei, riguarda le destre ignoranti e cattive, le quali intendono «coltivare un sentimento antiscientifico che funge da perfetto complemento alle menzogne del potere». La Cuzzocrea si avventura nella filosofia e cita Hannah Arendt: «Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non può distinguere tra giusto e sbagliato. Con un popolo così, puoi fare tutto quello che vuoi».
Sacrosante parole, utilissime per comprendere ciò che il potere ha fatto durante la pandemia instillando il terrore sanitario e disorientando la popolazione con regole assurde e discriminazioni violente. Ma la Cuzzocrea non stabilisce il collegamento. Per lei, come per la totalità degli editorialisti «per bene», il problema sono ancora i no vax, i fascisti e i nemici della scienza.
«Non è difficile scorgere nel disegno antiscientifico della destra che va da Trump a Putin, da Bolsonaro a Vox fino a Le Pen, Salvini e Meloni, l’affermazione di un individualismo portato all’estremo, il rifiuto di contemplare il bene comune come orizzonte condiviso; l’intento di coltivare scetticismo nei confronti di qualsiasi autorità non sia sacralizzata dal voto e dal consenso del popolo», scrive Cuzzocrea. «È una deriva pericolosa che il resto della politica dovrebbe avere il coraggio di contrastare seriamente. Non per marcare una conveniente differenza, ma per proteggere i cittadini inconsapevoli da messaggi confusi e irresponsabili. Tanto più quando arrivano dalle massime istituzioni del Paese». Certo, i cittadini chiaramente inconsapevoli (poveri, vanno rieducati) devono essere tutelati contro l’individualismo spietato della destra, come no. Forse la nostra amica si dimentica di quando si impediva ai ragazzini di fare sport e si distruggeva ogni genere di comunità per garantire l’interesse del sindaco alla protezione della malattia (protezione che per altro non era tale, ma passi).
Ci sarebbe da liquidare tutto con una grassa risata, ma è troppo fastidioso notare come, ancora una volta e con surreale ostinazione, notevoli commentatrici di illustri quotidiani rifiutino di riconoscere i fatti, e cioè che le presunte verità scientifiche sul Covid sono state calate dall’alto esattamente come dogmi, sono state smentite dalla realtà e dai dati (oltre che dagli scienziati onesti) e non sono state dettate dalla ricerca, ma dalla politica sulla base di precisi interessi anche economici. Basta rileggersi ciò che i dirigenti del ministero della Salute hanno detto in commissione Covid, o ciò che è emerso dai verbali delle varie, ridicole task force organizzate da Roberto Speranza.
Il nodo della questione è soltanto questo: qui, nel presente contesto, non si tratta di osteggiare la ricerca, di essere no vax o di credere agli sciamani. Si tratta al contrario di prendere atto dell’evidenza e di togliere di mezzo bugie e mistificazioni che i politici europei, con la complicità dei media e di scienziati sensibili alle lusinghe o privi di indipendenza intellettuale, hanno dolosamente sparso per anni. La migliore battaglia per la scienza che si possa combattere oggi è per difenderla dai suoi presunti difensori.