di
Viviana Mazza

Tra i più stretti collaboratori di Obama: autore dei suoi discorsi e poi viceconsigliere per la Sicurezza Nazionale, giocò un ruolo chiave per l’accordo con l’Iran e la normalizzazione con Cuba. «Mamdani è contro Trump ma anche contro lo status quo: questa è la roadmap per il partito»

DALLA NOSTRA INVIATA
WASHINGTON – Ben Rhodes è stato uno dei più stretti collaboratori di Obama: autore dei suoi discorsi e poi viceconsigliere per la Sicurezza Nazionale, giocò un ruolo chiave per l’accordo con l’Iran e la normalizzazione con Cuba. Nel libro «All We Say», Rhodes racconta la storia della battaglia per l’identità americana tramite 15 discorsi. «Sono cresciuto pensando che, anche se non ero d’accordo con la leadership politica in un dato momento, ci fosse una certa traiettoria, per dirla con Obama, in cui “l’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia”. Ma l’America ha un’identità molto più contesa e, nel corso della nostra Storia, in realtà è stata predominante la politica più reazionaria e nazionalista che vediamo oggi, mentre l’eccezione è stata quella dei progressisti che occasionalmente fanno breccia».

È possibile un nuovo accordo con l’Iran?
«Sarà molto difficile tornare a qualcosa come l’accordo di Obama. Lo pensavo anche prima dell’ultima escalation. Nel memorandum d’intesa, le questioni nucleari vengono rimandate, ci si concentra sulla riapertura di Hormuz. Con i bombardamenti aerei non puoi distruggere il programma nucleare né rimuovere il regime. Puoi fare molti danni, ma la geografia e la testardaggine consentono agli iraniani di tenere in ostaggio l’economia globale. Penso sia frustrante per Trump non poter ottenere nemmeno l’apparenza di una vittoria. Il risultato più probabile sarà una specie di conflitto congelato in cui, nel migliore dei casi, negoziano una riapertura dello Stretto, ma gli iraniani vorranno trarne profitto in futuro e sarà molto difficile evitarlo».



















































Il prossimo bersaglio sarà Cuba?
«Lo temo molto, avendo negoziato la normalizzazione dei rapporti con Cuba. Difficile immaginare che non facciano nulla a Cuba dopo tanta pressione. Il regime cubano, come quello iraniano, non cederà facilmente il potere, anche se non è altrettanto forte. È probabile un’operazione stile Venezuela per cercare di catturare Raul Castro o qualcun altro e cercare di stabilire il controllo. Ma temo che il risultato possa essere il caos a Cuba, che non ha le risorse del Venezuela: una crisi umanitaria che la renderebbe simile a Haiti. E questo solo perché Trump e Rubio vogliono saldare i conti con quel governo. E dopo l’umiliazione dell’Iran, Trump potrebbe voler fare qualcosa che sembri un successo».

Cosa pensa di Zohran Mamdani?
«Mi dà grande speranza che democratici più giovani come lui, nell’era dei social, usino i discorsi in politica e per la costruzione di un movimento. Sono entusiasta di Mamdani. Quando emerge un progressista, quasi sempre viene attaccato come troppo radicale. Ma gli americani sono frustrati con il partito democratico, che nel decennio di Trump non sembrava far nulla al di là di cercare di preservare lo status quo. Mamdani è contro Trump ma anche contro lo status quo: questa è la roadmap per il partito. Non significa che tutti debbano essere d’accordo con tutte le sue posizioni, ma dovrebbero vedere che sta offrendo ai democratici un modello per motivare la gente».

Le ricorda Obama?
«La cosa buffa è che Mamdani è più a sinistra di Obama su alcuni temi, ma affrontammo attacchi simili nelle primarie contro Hillary Clinton: si diceva che l’America non era pronta a eleggere un uomo nero chiamato Barack Obama. Lo definivano socialista e musulmano, anche se non lo era. Ora abbiamo davvero un musulmano, socialista, nato all’estero».

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Teme che Trump cercherà di delegittimare le elezioni di midterm?
«Sì. Sono molto preoccupato. Nel discorso che analizzo nel libro, lui dice: “Sono stato salvato da Dio per rendere l’America di nuovo grande”. Si crede al di sopra delle regole e della Costituzione. Ora getta le basi per poter dichiarare le elezioni illegittime se i repubblicani perdono, per additare interferenze straniere e brogli interni. Temo agenti dell’Ice o militari alle urne, tentativi di sequestrare le schede prima del conteggio. Spero che i democratici vincano nettamente; se solo un paio di seggi determinano la maggioranza alla Camera, ho paura di un periodo di crisi, in cui cercherà di ostacolare la certificazione del voto come nel 2020. Il dipartimento di Giustizia e l’intelligence lo seguiranno perché gestiti da fedelissimi. Non temo che resti al potere dopo il 2028, ma che cerchi di rubare l’elezione del 2026».

23 luglio 2026 ( modifica il 23 luglio 2026 | 10:33)