Rimuovere la cistifellea in laparoscopia è uno degli interventi più frequenti della chirurgia generale. Attraverso piccole incisioni, il chirurgo separa l’organo dal fegato e chiude il dotto cistico, il piccolo canale che collega la cistifellea alle altre vie biliari. Il passaggio più delicato è riconoscere con precisione queste strutture: infiammazione, aderenze o varianti anatomiche possono confondere i piani e portare, raramente, a lesionare il dotto biliare principale, chiamato anche coledoco. È una complicanza poco frequente, ma potenzialmente grave, perché può richiedere drenaggi, procedure endoscopiche o una nuova operazione ricostruttiva. Le linee guida chirurgiche insistono perciò sulla corretta identificazione anatomica e sull’impiego dell’imaging intraoperatorio quando il percorso dei dotti non appare chiaro.
L’indocianina verde è un colorante somministrato per via endovenosa prima dell’intervento. Dopo essere stata captata dal fegato, viene eliminata nella bile. Una telecamera sensibile alla luce nel vicino infrarosso intercetta il segnale fluorescente e mostra sul monitor il profilo del dotto cistico, del dotto epatico e del coledoco, senza ricorrere ai raggi X. Il chirurgo ottiene così una sorta di mappa luminosa delle vie biliari mentre continua a operare. La tecnica non taglia, non brucia e non sostituisce l’esperienza né la cosiddetta “critical view of safety”, la verifica anatomica eseguita prima di dividere i dotti: è un aiuto visivo aggiuntivo, pensato per limitare gli errori di identificazione. L’indocianina verde è già autorizzata per la visualizzazione fluorescente dei dotti biliari extraepatici.
Lo studio, pubblicato online il 22 luglio 2026 su JAMA Surgery, ha analizzato 1.266.024 colecistectomie laparoscopiche eseguite tra il 2016 e il 2024 e registrate nel database sanitario Epic Cosmos. In 164.695 casi, pari al 13%, era stata utilizzata la fluorescenza con indocianina verde. Dopo l’aggiustamento statistico delle differenze tra i pazienti, le lesioni del dotto biliare principale sono risultate nello 0,25% degli interventi con fluorescenza e nello 0,40% di quelli senza. La riduzione relativa è stata del 38%, equivalente, in termini assoluti, a circa 1,5 lesioni in meno ogni mille operazioni osservate. Sono diminuite anche le conversioni alla chirurgia aperta, dallo 0,84% allo 0,40%, e le procedure biliari necessarie entro un anno, dal 5,39% al 4,49%. L’adozione della tecnica è cresciuta rapidamente: dall’1,6% degli interventi nel 2016 al 26% nel 2024.

La dimensione dello studio rende il segnale particolarmente rilevante: per valutare una complicanza rara sono infatti necessari numeri molto elevati. Tuttavia, si tratta di uno studio osservazionale e non di una sperimentazione randomizzata. I dati mostrano un’associazione, ma non dimostrano con certezza che sia stata la fluorescenza, da sola, a prevenire le lesioni. Gli ospedali e i chirurghi che adottano questa tecnologia potrebbero differire anche per esperienza, organizzazione o protocolli di sicurezza, nonostante gli aggiustamenti statistici applicati dai ricercatori. Le precedenti sperimentazioni randomizzate hanno mostrato che l’indocianina verde migliora la probabilità di identificare correttamente il coledoco, ma erano troppo piccole per stabilire con sicurezza una riduzione delle lesioni. Il nuovo lavoro sposta quindi l’asticella: non trasforma la fluorescenza in una garanzia, ma suggerisce che vedere meglio, durante uno dei momenti più delicati dell’operazione, possa tradursi in meno complicanze reali.
Neel NC, Van Doosselaere L, Thareja NS, et al. Indocyanine Green Fluorescent Cholangiography During Laparoscopic Cholecystectomy and Bile Duct Injury. JAMA Surgery. DOI:10.1001/jamasurg.2026.2908.

