Putin in difficoltà in Ucraina cerca di restituire il colpo agli Stati Uniti (cui non perdona il costante sostegno a Kiev) con un appoggio all’Iran. Questo contribuisce a riportare Trump di fronte a un dilemma: la sua guerra del Golfo potrà mai dirsi conclusa, se non arriva il fatidico «cambio di regime» a Teheran?

Un’inchiesta della Reuters apre uno squarcio su uno degli aspetti meno visibili della guerra tra Stati Uniti e Iran: il possibile coinvolgimento della Russia nelle operazioni contro installazioni americane considerate fra le più sensibili dell’intera rete di intelligence occidentale. Al centro ci sono gli attacchi compiuti con droni iraniani contro alcune strutture della Cia nel Golfo Persico, episodi che hanno indotto l’intelligence americana a indagare se Mosca abbia fornito non soltanto armamenti e assistenza tecnica, ma anche informazioni di «puntamento» e capacità operative, senza le quali quei raid sarebbero stati molto più difficili da realizzare.

Non esiste, allo stato attuale, una prova decisiva del coinvolgimento russo. Tuttavia una serie di elementi alimentano i sospetti. Gli attacchi hanno mostrato un livello di precisione superiore a quello abitualmente attribuito ai droni iraniani. Inoltre la cooperazione militare tra Mosca e Teheran si è intensificata negli ultimi anni fino a trasformarsi in una vera partnership strategica, costruita inizialmente sulla guerra in Ucraina e poi estesa ad altri teatri.



















































La novità riguarda un possibile salto di qualità: non più soltanto consulenza tecnica o trasferimenti di tecnologia, ma un aiuto diretto nell’individuazione di obiettivi appartenenti alla CIA, cioè al cuore delle attività clandestine americane in Medio Oriente. Tra i bersagli figurerebbero almeno due installazioni colpite. Una era la stazione della CIA ospitata all’interno dell’ambasciata americana a Riad, in Arabia Saudita. Un’altra si trovava nell’Iraq orientale. Come è naturale per questo tipo di installazioni, la loro esistenza e localizzazione sono coperte dal massimo riserbo.

Le indagini riservate descrivono quanto sarebbe avvenuto durante l’attacco contro la sede diplomatica americana a Riad. Sarebbero stati impiegati due droni Shahed modificati grazie a tecnologie russe. Il primo avrebbe aperto una breccia in un punto vulnerabile dell’edificio; il secondo avrebbe attraversato quell’apertura per esplodere all’interno, una sequenza che lascia pensare a una pianificazione accurata e a una capacità di guida sofisticata. L’attacco non provocò vittime, ma dimostrò un’evoluzione qualitativa delle capacità operative iraniane.

Da tempo Mosca contribuisce allo sviluppo dell’industria militare iraniana. I droni Shahed, utilizzati in grande quantità anche dalla Russia contro l’Ucraina, sono diventati il simbolo di questa cooperazione. Ma di recente sarebbe andata oltre la semplice produzione congiunta. Uno dei miglioramenti riguarderebbe il sistema di navigazione satellitare installato sugli Shahed-136. La Russia avrebbe fornito all’Iran il sistema Kometa-M, considerato molto più preciso e soprattutto resistente ai tentativi di disturbo elettronico, rispetto agli apparati sviluppati da Teheran.

Resta aperta la questione più delicata: la Russia si è limitata a migliorare gli strumenti militari iraniani oppure ha partecipato anche alla selezione degli obiettivi? Gli analisti americani stanno cercando di capire se per l’attacco contro Riad siano stati utilizzati dati di puntamento forniti da Mosca. Daniel Hoffman, ex capo stazione della CIA, considera plausibile questa ipotesi. A suo giudizio Mosca e Teheran condividono un obiettivo strategico comune: ridurre la presenza americana nelle rispettive aree di influenza. Se queste valutazioni fossero confermate, le implicazioni andrebbero ben oltre i singoli attacchi. Significherebbe che la collaborazione tra Russia e Iran ha raggiunto un livello senza precedenti, trasformandosi da semplice cooperazione militare in una forma di coordinamento operativo contro gli Stati Uniti. Sarebbe anche il segnale che il Cremlino considera ormai il confronto con Washington come un conflitto globale, nel quale i diversi teatri — dall’Ucraina al Medio Oriente — non sono più separati ma fanno parte della stessa competizione strategica.

La conseguenza più immediata riguarda però il futuro della crisi mediorientale. Ogni progresso nella qualità tecnologica dei droni iraniani, ogni incremento della precisione dei loro sistemi di guida e ogni eventuale condivisione di informazioni d’intelligence rendono più vulnerabili le installazioni americane disseminate nel Golfo. E complicano qualsiasi tentativo di Washington di chiudere rapidamente il conflitto.

A Washington riprende quota l’idea che la Repubblica islamica non possa essere costretta alla resa attraverso la sola combinazione di bombardamenti e negoziati. All’inizio della guerra l’aspettativa di Washington e di Israele era ambiziosa. La pressione militare avrebbe dovuto provocare una crisi del sistema politico iraniano, favorendo una sollevazione popolare o una frattura all’interno dell’apparato di potere. L’ipotesi era che un regime già indebolito dalle sanzioni economiche, dall’isolamento internazionale e dalle tensioni sociali non avrebbe resistito a un’offensiva militare di vaste proporzioni.

La realtà è andata diversamente. La Repubblica islamica ha subito perdite pesanti, ma non è crollata. Gli apparati di sicurezza hanno mantenuto il controllo del Paese, mentre le opposizioni interne non sono riuscite a trasformare il malcontento in una sfida capace di mettere in discussione il potere centrale. Di fronte a questa constatazione, Washington ha accantonato almeno temporaneamente il progetto di regime change, concentrandosi invece su un obiettivo più limitato: ottenere attraverso il negoziato concessioni sul programma nucleare e la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.

Anche questa seconda strategia, tuttavia, si è arenata. Hormuz è diventato il principale terreno di scontro. Teheran continua a rivendicare il diritto di imporre condizioni economiche al traffico marittimo che attraversa il passaggio da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale, mentre Washington considera inaccettabile qualsiasi limitazione della libertà di navigazione.

È da questo fallimento che nasce il ripensamento, di cui dà conto anche Gideon Rachman sul Financial Times. Se il negoziato non è in grado di raggiungere gli obiettivi americani, torna d’attualità la domanda che aveva accompagnato l’inizio della guerra: è possibile ottenere un risultato duraturo senza modificare il sistema di potere iraniano?

Per il momento nessuno parla apertamente di una invasione terrestre. L’esperienza dell’Iraq e dell’Afghanistan continua a rappresentare un potente deterrente contro qualunque progetto di occupazione militare. Le opzioni allo studio appartengono soprattutto al terreno della pressione indiretta. L’inasprimento delle sanzioni economiche, il tentativo di azzerare le esportazioni petrolifere iraniane, il sostegno clandestino alle opposizioni interne, la ricerca di interlocutori all’interno dello stesso establishment di Teheran, operazioni di intelligence volte ad accentuare le divisioni fra le diverse componenti del regime.

Secondo alcune ricostruzioni citate da Rachman, sono state prese in considerazione iniziative controverse, come il tentativo israeliano di stabilire contatti con figure appartenenti all’élite della Repubblica islamica oppure il rilancio dell’appoggio ad alcune minoranze etniche ostili al potere centrale. Più che un piano già definito, si tratta di un ventaglio di strumenti destinati a logorare il regime dall’interno, evitando un coinvolgimento di forze terrestri americane.

Nessuna di queste opzioni offre garanzie di successo. La Repubblica islamica ha dimostrato in oltre quarant’anni una notevole capacità di sopravvivenza. Ha attraversato guerre, rivolte popolari, sanzioni economiche, isolamento internazionale, operazioni clandestine e assassinii mirati dei propri dirigenti senza perdere il controllo dell’apparato statale.

Anche sul piano militare gli interrogativi sono numerosi. L’ipotesi di conquistare aree strategiche dello Stretto di Hormuz richiederebbe un impegno enorme. L’ex comandante americano Barry McCaffrey ha stimato che un’operazione terrestre di questo tipo potrebbe richiedere fino a seicentomila soldati e protrarsi per circa un anno. Una prospettiva che appare incompatibile con la volontà politica dell’attuale Amministrazione e con la stanchezza dell’opinione pubblica americana verso le grandi guerre mediorientali.

Un altro fattore di preoccupazione riguarda arsenali americani. I mesi di guerra hanno consumato quantità ingenti di missili Patriot e Tomahawk, al punto che la ricostituzione delle scorte potrebbe richiedere da tre a cinque anni. Un conflitto prolungato con l’Iran può ridurre la capacità di deterrenza degli Stati Uniti in altri teatri, a cominciare dall’Indo-Pacifico, dove Washington continua a considerare la competizione con la Cina la priorità strategica di lungo periodo.

È proprio il paradosso che emerge dall’analisi del Financial Times. Più la guerra si prolunga, più diventa difficile accontentarsi di un semplice cessate il fuoco che lasci intatto il sistema politico iraniano. Ma perseguire l’obiettivo di cambiamento del regime può trasformare il conflitto in un confronto ancora più lungo, costoso e imprevedibile. È il vero dilemma strategico che domina il dibattito di Washington.

23 luglio 2026