di
Barbara Codogno
Dal 24 ottobre una retrospettiva di Pechstein, esponente dell’espressionismo. Modernità e sogno, i colori della natura
«Desidero dare espressione alla mia nostalgia di esperienze felici», questa la frase tarda e luminosa di Max Pechstein mentre guarda alla stagione estrema della propria pittura. In questa nostalgia, più che nella sola furia cromatica dell’Espressionismo, si nasconde la chiave della sua pittura: un’arte attraversata dalla storia ma ostinatamente rivolta alla natura come promessa di salvezza. Perché Pechstein non cerca l’esotico, cerca un paradiso perduto nella natura. A questo grande protagonista dell’Espressionismo tedesco Palazzo Zabarella dedica, dal 24 ottobre al 14 marzo 2027, la mostra «Max Pechstein. Espressionismo dell’anima», retrospettiva di ampio respiro che riunisce oltre 120 opere e attraversa più di cinquant’anni di ricerca.
La ricerca del paradiso
Nato nel 1881 a Zwickau, nella Germania orientale, si forma a Dresda dove, nel 1906, entra in contatto con Die Brücke, il gruppo destinato a imprimere una svolta radicale all’arte tedesca del Novecento. Con il movimento l’artista condivide la volontà di deformare lo spazio, liberare il colore dalla funzione descrittiva. Ma rispetto ad altri protagonisti dell’Espressionismo, la sua pittura custodisce una vibrazione diversa: meno aspra e più sensuale, più attratta da una comunione originaria con la natura. Da Munch eredita l’intensità emotiva. A Gauguin lo avvicina invece il sogno dell’altrove. L’ansia della modernità e la nostalgia del paradiso in lui convivono nella stessa esplosione cromatica. Non a caso Federico Bano, Presidente dell’omonima Fondazione, legge in lui un grande creativo e riconosce nei suoi quadri la ricerca del paradiso: «Pechstein, osserva Bano, agogna il paradiso, lo cerca nella natura». Una chiave preziosa per entrare nella mostra padovana, che Bano inserisce nel più ampio percorso progettuale di Palazzo Zabarella: «Continuiamo a organizzare grandi mostre, e il pubblico premia le nostre scelte progettuali».
Una sezione dedicata ai viaggi
La natura, dunque. Per Pechstein è un luogo mentale, quasi una patria elettiva. Berlino è capitale delle avanguardie, laboratorio di incontri. Ma il suo immaginario si nutre altrove: sulle coste del Mar Baltico, nei villaggi di pescatori della Pomerania, nei soggiorni italiani, e poi nei Mari del Sud, a Palau. I suoi paesaggi dell’anima. La mostra lo racconta aprendo il percorso con una sezione dedicata alla fotografia. Nel 1927 Pechstein porta con sé l’obiettivo in Pomerania, nei piccoli villaggi di pescatori sulla costa baltica. Le immagini colgono uomini e donne nelle attività quotidiane, pescatori e contadini al lavoro, immersi in una condizione dura, essenziale.
Da qui il percorso espositivo si articola in varie sezioni. Nella prima emergono le opere giovanili e i lavori d’atelier. Pechstein guarda a Matisse e ai Fauves, ne assorbe la libertà del colore, la purezza della linea, la semplificazione formale. Frequenta Kandinskij, Klee, Picasso, Braque, parte di quel clima europeo in cui la figurazione si apre a nuove grammatiche. La sezione dedicata ai viaggi e alla natura è forse il cuore più lirico della rassegna.
Il parallelo con Gaugin
Nei soggiorni sul Baltico, in Italia, nei Mari del Sud, la luce diventa materia spirituale. Palau occupa un posto centrale nella sua immaginazione: nell’autobiografia dell’artista, il soggiorno nei Mari del Sud assume un peso quasi mitico. In questo senso, il parallelo con Gauguin è evidente, ma Pechstein rimane radicalmente sé stesso: più nordico nella vibrazione emotiva, più espressionista nella struttura. La storia entra violentemente nella sua vita. La Grande Guerra interrompe i viaggi e lo conduce al fronte occidentale, esperienza che l’artista definirà «un tratto netto che la trincea ha tracciato nella mia vita». Durante il nazismo perde la cattedra a Berlino, ottenuta nel 1923. La modernità che aveva promesso liberazione si rovescia in persecuzione, censura. Eppure, Pechstein continua a dipingere. Perché nella pittura di Pechstein la natura non è il luogo dell’evasione, ma quello della possibilità: l’ultimo spazio in cui l’uomo può ancora immaginarsi… felice.
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23 luglio 2026
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