di
Riccardo Bruno

Il ricordo di una compagna: «Ricorderemo sempre i tuoi sorrisi, i tuoi gesti, le tue fatiche». Il parroco: «Ci ha insegnato che la tenerezza è un linguaggio più forte delle parole»

La famiglia Palmieri sapeva che avrebbe provato questo dolore, ne era consapevole e preparata, l’aveva conosciuto già cinque anni fa. La loro figlia Syria è morta a 12 anni come il fratello maggiore Christian, che ne aveva 14. Stesso destino, stessa malattia genetica, stesse sofferenze e stesse cure ricevute che, erano tutti consci, avrebbero potuto solo allontanare il momento finale, ma non impedirlo.

La famiglia Palmieri, papà Antonio e mamma Annalisa, è originaria della Campania ma vivono da tempo a Ospitaletto, a pochi chilometri da Brescia, con il terzo figlio, nato dopo Christian e prima di Syria, che per fortuna non ha contratto la malattia.



















































La diagnosi, fatta per il primo figlio e identica per la sorellina, è stata terribile: una rarissima patologia con pochissimi casi al mondo. Agli Spedali Civili di Brescia dove anche Syria è stata curata nel reparto di Pediatria, scelgono di non fornire alcun dettaglio, né sul tipo di malattie né su quello che comporta. Non si sa nemmeno il nome e forse non c’è neppure, per identificare quello di cui soffrivano i due fratellini di Ospitaletto.

Una vita breve e complicata, trascorsa in carrozzina, con difficoltà a parlare, la comunicazione affidata a sorrisi e movimenti del viso. I genitori hanno cercato di garantire a Syria, come avevano fatto con Christian, un’esistenza il più normale possibile, per quanto hanno potuto. Alla parrocchia di san Giacomo Maggiore li ricordano insieme anche a qualche proiezione nel cinema dell’oratorio.

Syria frequentava la scuola, anche se gli ultimi mesi, dopo l’ulteriore aggravamento delle sue condizioni di salute, era stata costretta a interrompere le lezioni. A seguirla, la stessa insegnante di sostegno a cui era stato affidato il fratello più grande. Un percorso scolastico e formativo che sicuramente ha arricchito i compagni di classe, che ieri mattina hanno partecipato ai funerali e hanno letto alcuni loro pensieri. Una di loro ha detto: «Signore ti ringraziamo di averci fatto conoscere Syria. Gli anni di scuola trascorsi con lei ci hanno permesso di apprezzare i suoi sorrisi, i suoi gesti, le sue fatiche, i suoi traguardi, i suoi messaggi detti anche in assenza di parole. Da lei abbiamo imparato il valore dell’accoglienza, l’attenzione verso tutti, l’unicità di ognuno di noi».

Il parroco don Adriano Bianchi in questi anni ha conosciuto Syria e i suoi genitori. «Una famiglia semplice, unita, che si prendeva cura di lei con amore e dedizione insieme all’altro figlio, che ha fatto il chierichetto da noi» dice al Corriere. Durante l’omelia nel corso del funerale ha ricordato come avevano «già vissuto un percorso di dolore e di distacco con il fratellino di Syria, Christian. Due piccoli germogli che hanno attraversato la stessa prova, la stessa malattia, lo stesso mistero».

I genitori, i parenti e gli amici ascoltano commossi. «Syria ci lascia un’eredità preziosa — aggiunge il parroco —. Quella dei messaggi che sapeva donare anche senza le parole. Ci ha insegnato che la tenerezza è un linguaggio più forte delle parole».

23 luglio 2026 ( modifica il 23 luglio 2026 | 22:45)