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Dalla comicità irriverente degli esordi ai progetti dedicati all’inclusione, passando per le polemiche che hanno segnato la sua carriera senza mai cambiare il suo modo di guardare il mondo. Ospite della quarta giornata del Marateale, Paolo Ruffini si racconta a margine dell’incontro con il pubblico: dal politicamente corretto, che definisce «una moda che sta già passando», al caso della battuta su Sophia Loren ai David di Donatello, fino ai nuovi progetti tra podcast e radio. E rivendica una convinzione che non ha mai abbandonato: la comicità, quando è autentica, resta uno degli strumenti più potenti per includere e abbattere le distanze.


APPROFONDIMENTI

L’abbiamo conosciuta con una comicità irriverente e senza filtri. Oggi ci sarebbe ancora spazio per quel Paolo Ruffini o il politicamente corretto lo renderebbe impossibile?

«Per me il politicamente corretto è una moda che, fortunatamente, sta già passando. Io oggi forse sarei diverso, anche perché non ho più venticinque anni, ma penso che il cinema dovrebbe lasciare spazio anche a quel tipo di comicità. Oggi è difficile trovare un film davvero comico, una farsa, una commedia demenziale. Si è perso qualcosa. La vera volgarità non è una parola: è un concetto, un’anima. Il politicamente corretto ha devastato la creatività».

Ai David di Donatello del 2014 definì Sophia Loren “una topa meravigliosa”, una battuta che fece molto discutere. Col senno di poi pensa che sia stata una delle prime grandi polemiche dell’era dei social?

«Forse è stata l’antesignana di quello che sarebbe arrivato dopo.

Oggi un urlo sui social fa molto più rumore delle migliaia di persone che si fanno una risata».

Ha mai avuto la sensazione che quella vicenda le abbia presentato il conto, magari chiudendole qualche porta, non so, un’ospitata a Sanremo negli anni successivi?

«No, non credo che quella vicenda mi abbia chiuso delle porte. Io comunque non vivo con l’ansia di piacere a tutti. Che schifo piacere a tutti. Se non piaccio a qualcuno, forse sto facendo la cosa giusta».

Oggi sembra che ci si offenda molto più facilmente. È una sensazione che condivide?

«Siamo diventati tutti offesi. E come dice Ricky Gervais, se ti offendi non vuol dire che hai ragione. Ognuno si chiude nella propria categoria e decide su cosa si possa o non si possa scherzare. Così diventa tutto complicatissimo».

Negli ultimi anni alla comicità ha affiancato progetti che parlano di inclusione e fragilità. C’è chi ha letto questa evoluzione come una strategia. Le ha mai dato fastidio?

«No. E anche se fosse una strategia non ci sarebbe niente di male. Faccio tante cose, forse troppe. Se uno mi vuole bene dice che sono eclettico, altrimenti dice che sono dispersivo. Ma sono tutte cose sincere».

Da “Up&Down” a “Din Don Down”, nei suoi lavori ha sempre evitato di raccontare la disabilità con pietismo. Perché?

«Perché la pietà crea distanza, mentre la compassione è un’altra cosa: significa condividere il sentimento dell’altro. Io ho sempre cercato di eliminare quello scalino, di mettere tutti sullo stesso piano».

Se dovesse scegliere uno strumento capace di includere davvero le persone, quale indicherebbe?

«Forse la comicità. Una volta scherzai con tutti tranne che con un ragazzo con la sindrome di Down. Fu lui a chiedermi: “Perché non hai preso in giro anche me?”. Aveva ragione. Se su qualcosa non si può scherzare, significa che c’è qualcosa che non va».

C’è chi sostiene che oggi la disabilità rischi di diventare quasi un genere narrativo. Che cosa risponde?

«I miei colleghi lavorano con me perché sono bravissimi attori, non perché sono Down. Io non faccio beneficenza, faccio spettacoli. Voglio che vengano giudicati esattamente come tutti gli altri».

Nel suo podcast “Il Babysitter – Quando diventerai piccolo capirai” lascia che siano i bambini a raccontare il mondo con i loro occhi. Dopo averli ascoltati così a lungo, qual è la cosa che oggi la preoccupa di più?

«Che stiamo togliendo loro la fantasia. Un bambino mi ha detto di aver chiesto all’intelligenza artificiale se esiste Babbo Natale. Io vorrei che chiedesse a Babbo Natale se esiste l’intelligenza artificiale. La fantasia è una forma di libertà e non dovremmo perderla».

Da lunedì 27 luglio sarà su Radio 24 con “Come stai? E non rispondere tutto bene”, un programma dedicato alla salute mentale. Che cosa vorrebbe lasciare a chi lo ascolterà?

«Vorrei che le persone si sentissero libere di dire come stanno, senza sentirsi costrette a rispondere sempre “tutto bene”. È un’espressione che usiamo ogni giorno quasi per automatismo, ma io credo che dovremmo tornare ad ascoltare davvero la risposta».

Ha progetti nel cassetto?

«Sì. Voglio realizzare un podcast dedicato ai gemelli. Il tema del doppio mi affascina tantissimo e voglio andare a intervistare coppie di gemelli».


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