Secondo un’inchiesta odierna del Wall Street Journal, l’Iran sta ricostruendo con una rapidità superiore alle attese una parte importante delle infrastrutture danneggiate dai bombardamenti americani e israeliani degli ultimi mesi. Le immagini satellitari esaminate dal quotidiano, insieme alle valutazioni di esperti governativi occidentali e israeliani, mostrano lavori in corso nelle basi missilistiche scavate dentro le montagne, nei porti, nei cantieri navali, negli impianti industriali e lungo le principali vie di comunicazione. La velocità della ripresa preoccupa alcuni settori dell’apparato militare israeliano. Non significa che l’Iran abbia cancellato i danni subiti. La devastazione è stata ampia, e in molti casi serviranno anni e investimenti enormi per tornare ai livelli precedenti alla guerra. Tuttavia la ricostruzione già visibile mette in discussione l’immagine di un avversario annientato, diffusa da Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Al culmine della campagna aerea, Stati Uniti e Israele hanno effettuato più di ventimila attacchi. Le operazioni continuano ancora lungo le coste iraniane, con l’obiettivo di indebolire la capacità di Teheran di controllare lo Stretto di Hormuz. Eppure l’Iran conserva una notevole capacità di reazione. Continua a colpire le navi, a lanciare missili contro gli alleati arabi degli Stati Uniti e a ricostituire le strutture necessarie alla produzione e all’impiego delle proprie armi.
Uno dei casi esaminati riguarda una base missilistica vicino a Kangavar, nell’Iran occidentale. Nel mese di marzo, le immagini della società Planet Labs mostravano due ingressi dei tunnel e una strada d’accesso danneggiati dai bombardamenti. L’intenzione degli attaccanti era evidente: chiudere gli accessi e rendere inutilizzabile la base, anche senza distruggere tutto ciò che si trovava nelle profondità della montagna. Poche settimane dopo, però, nuove immagini fornite hanno mostrato una strada nuovamente asfaltata e ingressi appena scavati. L’Iran aveva già cominciato a riaprire il sito. In diversi casi, spiegano fonti militari israeliane, i bombardamenti hanno fatto crollare soltanto le entrate delle basi sotterranee, lasciando intatte le armi custodite all’interno. Le squadre iraniane hanno quindi potuto liberare gli accessi e recuperare il materiale sepolto.
Un altro episodio ha sorpreso gli israeliani. Un ponte colpito con tre bombe è stato riparato nel giro di pochi giorni. La rapidità dell’intervento ha indotto alcuni ufficiali a interrogarsi sull’efficacia della selezione degli obiettivi. Distruggere un’infrastruttura non basta, se il nemico è in grado di rimetterla in funzione quasi subito. Anche nel porto di Bandar Anzali, sul Mar Caspio, le immagini dai cieli rilevano una ricostruzione parziale del cantiere navale legato ai Guardiani della rivoluzione. Israele aveva colpito decine di obiettivi in quella zona nel mese di marzo: navi militari, un centro di comando, il porto e gli impianti usati per la riparazione e la manutenzione delle imbarcazioni. L’offensiva mirava anche a interrompere una linea di rifornimento fra Russia e Iran ed era stata descritta dagli israeliani come una delle operazioni più importanti dell’intera guerra.
Nonostante l’entità dell’attacco, i lavori sono ricominciati. Questo conferma, secondo Ran Kochav, ex comandante delle forze israeliane di difesa aerea e antimissile, una capacità che l’Iran aveva già dimostrato dopo la guerra dei dodici giorni con Israele del giugno 2025. Teheran aveva ripristinato le proprie infrastrutture e ricostituito le scorte di missili. «Hanno capacità industriali e di ricostruzione davvero notevoli», osserva Kochav. La resistenza iraniana contrasta con le dichiarazioni trionfalistiche pronunciate da Trump e Netanyahu. Il presidente americano ha descritto le forze armate iraniane come sconfitte, sostenendo che la marina e l’aviazione di Teheran avessero praticamente cessato di esistere. Netanyahu ha affermato che la macchina produttiva dei missili iraniani era stata distrutta e che l’Iran stava consumando le ultime armi rimaste nei depositi senza essere più in grado di produrne di nuove.
La Casa Bianca mantiene questa versione. Una portavoce ha dichiarato che la guerra ha distrutto l’arsenale e la produzione missilistica dell’Iran, affondato la sua marina, indebolito le milizie alleate e impedito al regime di acquisire l’arma nucleare. Secondo Washington, l’operazione sarebbe stata «una vittoria clamorosa secondo qualsiasi criterio oggettivo». Ma la realtà osservabile appare più complessa. La necessità di tornare negli ultimi giorni sugli stessi obiettivi indica che la capacità iraniana non è stata eliminata. Teheran continua a effettuare lanci precisi. Missili iraniani hanno colpito navi e paesi alleati degli Stati Uniti, fra cui Kuwait, Bahrain e Giordania. In quest’ultimo paese un attacco ha ucciso tre soldati americani. Tal Inbar, analista della Missile Defense Advocacy Alliance, osserva che le voci sulla fine o sul drastico esaurimento dell’arsenale iraniano si sono rivelate infondate.
Le perplessità più significative emergono all’interno dello stesso apparato israeliano. Alcuni ufficiali criticano la scelta di avere spostato troppo presto l’attenzione dagli obiettivi militari alle strutture di sicurezza interna del regime. Nelle prime fasi della guerra Israele aveva colpito le basi e gli impianti missilistici. Poi aveva concentrato parte delle operazioni contro i servizi repressivi iraniani, fino ad attaccare singoli posti di blocco presidiati dalla milizia Basij. L’obiettivo politico era indebolire il regime e favorirne il collasso. Questa scelta non ha prodotto il cambio di potere sperato e, secondo un ufficiale citato dal Wall Street Journal, ha sottratto risorse alla distruzione sistematica dell’apparato militare.
Un secondo ufficiale riconosce che Teheran conserva le competenze tecniche necessarie per rimettere in piedi quasi ogni struttura, compresi gli impianti di produzione missilistica. Le conoscenze accumulate dagli ingegneri, dai militari e dall’industria iraniana non possono essere eliminate con i bombardamenti. Anche quando vengono distrutti edifici e macchinari, resta il capitale umano. Il caso della base di Dezful, nell’Iran sudoccidentale, è istruttivo. Il sito era stato colpito da Israele già nel giugno 2025 e nuovamente all’inizio di marzo 2026. Gli attacchi avevano sepolto gli ingressi dei tunnel. Tre mesi dopo, immagini Airbus mostravano già lavori di scavo per riaprire diversi accessi. Un’altra base, a nord di Kermanshah, aveva subito danni pesanti all’inizio della guerra. Entro la prima settimana di giugno, però, le squadre iraniane avevano riparato le strade. Camion e mezzi pesanti erano al lavoro per rimuovere la terra e riaprire gli ingressi crollati.
La ricostruzione riguarda anche gli impianti industriali. Nei pressi di Teheran, le immagini di Planet Labs mostrano nuove strutture all’interno della Raja Shimi Industries, un’azienda coinvolta nella produzione di componenti missilistici. Non tutto è facilmente sostituibile. Jim Lamson, ex analista della Cia e oggi ricercatore al King’s College di Londra, osserva che alcuni impianti per la produzione di materiali avanzati, come la fibra di carbonio, potrebbero richiedere mesi o anni per essere ricostruiti. Questi componenti sono indispensabili per i missili più sofisticati. L’Iran, tuttavia, potrebbe averne accumulato grandi quantità in depositi e impianti sotterranei. Se le scorte esistono, Teheran può assemblare nel breve periodo decine o centinaia di nuovi missili e droni, anche senza avere ancora ricostruito l’intera filiera industriale.
Un’incognita ancora più grave riguarda il programma nucleare. I servizi israeliani ritengono che l’Iran possa avere trasferito migliaia di centrifughe nei tunnel della cosiddetta Pickaxe Mountain. Se questa informazione fosse confermata, la capacità iraniana di ricostituire il programma nucleare sarebbe superiore a quanto sostengono le dichiarazioni ufficiali americane e israeliane.
Il bilancio non è quello di un Iran indenne. Il paese ha subito perdite militari, industriali e infrastrutturali molto pesanti. La marina è stata indebolita. Numerose fabbriche sono state distrutte. Molte basi restano inutilizzabili o funzionano solo in parte. La ricostruzione assorbirà risorse finanziarie che l’economia iraniana fatica a trovare.
Il punto essenziale è un altro. I bombardamenti possono distruggere strutture; più difficilmente possono eliminare la volontà politica, le competenze tecniche e l’organizzazione necessarie per ricostruirle. Finché il regime mantiene il controllo del territorio, conserva ingegneri, operai, apparati industriali e reti di approvvigionamento, la distruzione non è definitiva. La campagna militare americana e israeliana non ha raggiunto i tre risultati politici su cui veniva giudicata: non ha rovesciato il regime, non ha eliminato in modo verificabile il programma nucleare e non ha riaperto stabilmente lo Stretto di Hormuz. La capacità iraniana di ricostruire infrastrutture e arsenali rende ancora più difficile presentare la guerra come una vittoria conclusiva. La conclusione dell’analista Tal Inbar riassume la sfida. La ricostruzione iraniana è una questione di volontà, tempo e denaro. Gli attacchi possono rallentarla, renderla più costosa, obbligare il regime a spostare risorse dalle esigenze civili a quelle militari. Ma, in assenza di un cambiamento politico interno o di un controllo permanente del territorio, non possono impedire all’Iran di ricominciare.
24 luglio 2026
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