«Il caso Mario Roggero è un pezzo del racconto che non riguarda la legittima difesa ma la vendetta, che è una cosa sbagliata». Così lo scrittore Carlo Lucarelli interviene sulla vicenda del gioielliere di Grinzane Cavour, finito in carcere dopo aver inseguito e ucciso due rapinatori e ferito un terzo al termine di una rapina. «È una cosa umana che gli psicologi possono studiare ma è vendetta, ammazzare delle persone, che è sbagliato, fine».

Lucarelli: «Preoccupa l’idea di armarsi, ma non è una novità»

Il noto autore di romanzi noir ha parlato ieri negli studi Rai di via Verdi, a Torino, presentando Blu Notte. Misteri dimenticati, il programma dedicato ai delitti irrisolti che tornerà a settembre dopo quattordici anni. «È sempre preoccupante l’idea di armarsi, di sparare o la crescita di un tasso di violenza. Però non vedo una grande differenza rispetto a quello che purtroppo siamo sempre stati e abbiamo sempre fatto. C’è sempre stato un clima violento, gente che si arma e tutte le volte c’è stato un approfittarsi della politica, da una parte e dall’altra, di quello che era l’evento del momento. Gli Anni ’70 erano pieni di pistole, non solo quelle delle Brigate Rosse. Io non vorrei tornare a quei livelli lì. Mi piacerebbe un altro tipo di società in cui le pistole le ha chi le deve avere, le usa come si devono usare e noi siamo tutti partecipi da bravi cittadini».

Le persone per bene non sparano

Lucarelli ha poi ribadito la fiducia nelle «persone per bene». «Noi persone per bene, cioè persone che non fanno male a nessuno, abbiamo subito in questo Paese un sacco di botte. Il terrorismo, le stragi, la stazione di Bologna, la Uno Bianca. Perché non siamo andati a sparare a nessuno? Perché siamo persone per bene. Per fortuna, questa è la forza del nostro Paese». Lo scrittore ha aggiunto di non aver mai trattato un caso di un criminale che abbia ricevuto la grazia senza pentirsi: «C’è sempre stato un pentimento».

Blu Notte torna su Rai3 con 6 puntate dedicate ai cold case

La nuova edizione di Blu Notte prenderà il via il 19 settembre con sei puntate settimanali di due ore in prima serata su Rai3, registrate per la prima volta negli studi di Torino per la regia di Cristian Biondani. Il programma, una produzione Rai Cultura e Ruvido, racconterà dodici «cold case», due per puntata, avvenuti tra la fine degli anni ’70 e il 2000. L’obiettivo è raccontare storie, puntare sulla narrazione e non sulla cronaca, rappresentando tutti i generi del giallo. «C’è il giallo classico, poi c’è il noir, il thriller, i serial killer», spiega Lucarelli. «Racconteremo storie come quella di Angelo Fabbri, lo studente del Dams ucciso nel 1983 a Bologna. Storie noir come il clan dei Marsigliesi. E poi tante altre storie: una serie di omicidi negli anni 80-90 a Modena, che hanno a che fare probabilmente con un serial killer, e poi il thriller della camera chiusa con il delitto di Anna Parlato Grimaldi di Posillipo».

Perché Garlasco non sarà raccontato nella nuova stagione

Tra i casi scelti non ci sarà Garlasco. «Non è per snobismo. È che Garlasco è cronaca. Noi siamo un programma di storia e narrazione, è un’altra cosa. Mi piacerebbe raccontarlo fra 20 anni, perché c’è ancora tanta roba che arriva. Un’evoluzione continua». Sul grande spazio dedicato mediaticamente al delitto di Garlasco, Lucarelli osserva: «Sicuramente si esagera, ma non è colpa dei colleghi che vogliono imporlo. È che c’è voglia di questo». Poi aggiunge: «È colpa anche di noi scrittori di romanzi gialli, perché abbiamo abituato la gente ad un certo tipo di narrazione che è quella del romanzo, che è mistero risolto. La realtà non è così. Ha altri tempi. Bisogna aspettare il Dna, poi arriverà la perizia, una controperizia e forse tra cinque anni un processo».

Criminologi, medico legale e investigazioni scientifiche in studio

In studio, con la scenografia curata da Maurizio Zecchin, saranno presenti un esperto di indagini scientifiche, Silvio Bozzi, una criminologa, Margherita Carlini, e il medico legale Mirella Gherardi.

«Femminicidio è un termine corretto e necessario»

«I delitti sono sempre quelli, la gente ammazza più o meno per lo stesso motivo, con la stessa ferocia», conclude Carlo Lucarelli. «Per fortuna si è evoluta un po’ la narrazione e anche l’impatto mediatico. E poi anche le tecniche investigative. Adesso sei tracciato dai cellulari e dalle telecamere, la maggior parte dei casi si risolvono. Noi raccontiamo quelli che non si risolvono e quindi sembra che sia un disastro, ma in realtà la maggior parte sono in galera due giorni dopo». Un’ultima considerazione riguarda il termine «femminicidio». «È assolutamente legittimo usarlo. Non è una parola che vuol dire una cosa a caso, vuol dire qualcosa di preciso e per fortuna che ce l’abbiamo».