Una scena di A New Dawn, film d’esordio di Yoshitoshi Shinomiya
Nel 2023, il Festival del cinema di Berlino presentò in concorso Suzume, il nuovo film del regista di Your Name., Makoto Shinkai. Al film aveva lavorato, come illustratore degli sfondi, Yoshitoshi Shinomiya, giovane virtuoso che ha saputo contribuire in maniera determinante alla dimensione immaginifica del cinema di Shinkai, sempre molto riconoscibile a livello visivo. Nel 2026, la Berlinale ha proposto proprio il film d’esordio di Shinomiya, A New Dawn (Hana rokushōga akeru hi ni).
È la storia di Keitaro e di sua sorella, che provano in tutti i modi a svelare il segreto dello Shuhari, un fuoco d’artificio di cui non si sa nulla ma di cui si narra l’epicità. I due sono infatti figli del proprietario della fabbrica Obinata, che da sempre costruisce fuochi d’artificio ma che, a causa di un incidente, è stata costretta a chiudere dalle autorità locali. L’intera vicenda si svolge nel mezzo di una foresta rigogliosa e misteriosa e non esce quasi mai da quella dimensione ancestrale che contribuisce a donare all’intera pellicola un’atmosfera unica ed evocativa.
Proprio in virtù delle sue esperienze come illustratore, Shinomiya immette nel suo film d’esordio una forza visiva straordinaria che, a conti fatti, rimane l’unico vero elemento di interesse dell’opera. A partire dal character design dei personaggi fino ad arrivare alle ambientazioni, A New Dawn è un viaggio innanzitutto visivo. E proprio in funzione di ciò può essere anche considerato una sorta di riflessione sull’animazione stessa, sul cinema, sul ruolo delle immagini nel contemporaneo. Questo è evidente in una sequenza in cui viene utilizzata la stop motion, seguita poi dall’uso funzionale di un proiettore che trasforma l’immagine in qualcosa di ancora più astratto, fino a farla esplodere letteralmente, come fa, appunto, un fuoco d’artificio.
La capacità di Shinomiya di muoversi con agilità tra diverse dimensioni rende il film ancora più coinvolgente, passando con disinvoltura da un piano prettamente realistico a uno più onirico. Passaggi che avvengono con fluidità, dando al tutto un’esperienza cinematografica compatta e coerente.
A New Dawn è dunque un film che propone una qualità tecnica eccezionale e che prova persino ad andare oltre certe convenzioni degli anime nipponici, partendo certamente da Makoto Shinkai ma optando per scelte registiche e di montaggio nuove e diverse, dimostrando, da questo punto di vista, la grande maturità di Shinomiya.
Il problema di A New Dawn, semmai, è tutto narrativo. In una durata piuttosto breve (appena un’ora e un quarto), il regista non è riuscito a dare profondità alla sua storia, il cui limite principale è di scrittura. Una sceneggiatura piatta che procede a tentoni e arranca verso un finale, facendo risultare quell’ora e un quarto persino eccessiva per il materiale narrativo proposto.
Non c’è nemmeno un vero e proprio tema: al di là della riflessione metacinematografica, A New Dawn vorrebbe essere la fotografia di un passaggio di consegne generazionale che in Giappone è molto sentito. I due fratelli, infatti, sono la causa di una frattura che la loro famiglia porta avanti da più di trecento anni. Eppure, nello spezzare la continuità della tradizione, quasi un pilastro del pensiero nipponico, i due riescono comunque a trovare una nuova via di continuità. Diversa ma reale. Ma questo tema, anche dal punto di vista drammaturgico, non emerge mai davvero: rimane sullo sfondo, limitato anche dalla scelta di raccontare la storia per ellissi.
La speranza è che, in futuro, Shinomiya possa superare questo limite, affidandosi alla solidità di una storia e di una sceneggiatura che riescano a esaltare ulteriormente le sue già incredibili doti di regista.
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