I mitocondri vengono spesso descritti come le centrali energetiche delle cellule: trasformano i nutrienti in energia utilizzabile e sostengono quasi ogni attività dell’organismo. Con l’avanzare dell’età, però, la loro efficienza può diminuire. Un nuovo studio suggerisce che una parte di questo declino possa essere leggibile direttamente nel sangue. I ricercatori hanno utilizzato campioni di siero appartenenti a persone lungo tutto l’arco della vita adulta per trattare fibroblasti umani, comuni cellule del tessuto connettivo. Più elevata era l’età del donatore, minore risultava la massima capacità bioenergetica dei mitocondri delle cellule esposte al suo siero. L’associazione emergeva non soltanto con l’età anagrafica, ma anche con quella epigenetica, una stima dell’invecchiamento biologico ricavata dai modelli di metilazione del DNA.
Il passaggio più interessante riguarda ciò che circola nel sangue. L’analisi è stata condotta su 88 partecipanti per i quali erano disponibili sia campioni di siero sia dati sulle proteine presenti nel plasma. Gli studiosi hanno cercato di individuare quali di queste proteine fossero associate agli effetti osservati sulla respirazione cellulare. Attraverso un modello statistico di apprendimento automatico chiamato “elastic net” hanno selezionato una combinazione di 25 proteine, battezzata MitoAge. Non si tratta semplicemente di un orologio progettato per indovinare quanti anni abbia una persona: la firma è stata sviluppata per stimare quanto l’insieme dei fattori circolanti possa influire sulla capacità energetica dei mitocondri. Collega quindi un segnale accessibile nel plasma a uno dei principali processi cellulari coinvolti nell’invecchiamento.
Il dato acquista maggiore interesse perché MitoAge non è rimasta confinata alla provetta. I valori della firma risultavano collegati anche alle differenze nella funzione fisica osservate tra i partecipanti e, in particolare, alla forma cardiorespiratoria, cioè alla capacità dell’organismo di utilizzare ossigeno durante lo sforzo. La stessa relazione non è stata invece rilevata con la forza della presa della mano, suggerendo che la firma possa riflettere soprattutto la componente energetica e aerobica della prestazione, non ogni aspetto della forza muscolare. Due persone della stessa età anagrafica potrebbero quindi possedere un ambiente circolante capace di sostenere in modo diverso il metabolismo cellulare e mostrare livelli differenti di riserva fisica. Il sangue, in questa prospettiva, non registrerebbe soltanto il passare del tempo, ma anche alcune delle sue conseguenze funzionali.

È però troppo presto per parlare di un esame disponibile in ambulatorio o, ancora meno, di una “pagella” capace di stabilire quanto a lungo vivremo. Il numero dei partecipanti è contenuto, le cellule sono state esposte al siero in laboratorio e le relazioni osservate sono associative. Lo studio non dimostra che le 25 proteine siano la causa diretta dell’invecchiamento mitocondriale, né che modificandone i livelli sia possibile ringiovanire l’organismo. Serviranno conferme in popolazioni più ampie e diversificate, osservazioni prolungate nel tempo e ricerche capaci di distinguere le semplici spie biologiche dai fattori che guidano realmente il declino. MitoAge rappresenta quindi soprattutto una prova di principio: misurare l’età biologica potrebbe diventare più utile quando i biomarcatori non si limitano a contare gli anni, ma raccontano quale funzione cellulare sta cambiando e come quel cambiamento si riflette nella vita quotidiana.
Heimler S.R., Bergstrom J., Sun N.S. et al., “The blood proteome predicts the impact of circulating factors on age-related mitochondrial health”, npj Aging. DOI: 10.1038/s41514-026-00449-8.

