Insieme hanno fatto grande la Reggina e stupito l’Europa con l’Under 21. Da quando Andrea allena Roberto gli ha sempre fatto da vice, raccontando la base della loro amicizia: “Mai invidiare chi è più bravo di te”

C’è stato un tempo in cui sembrava che Roberto Baronio, storico vice del prossimo commissario tecnico dell’Italia, promettesse più di Andrea Pirlo. Parliamo di una vita fa, delle stagioni in cui Pirlo e Baronio giocavano. Brescia, metà degli anni Novanta. Baronio, classe 1977, bresciano di Manerbio, è il leader della Primavera che vince il torneo di Viareggio del 1996 e ha già un piede in prima squadra. Nella finale, vittoria per 3-1 contro il Parma di un giovane e promettente portiere, Gigi Buffon, Baronio segna la terza rete. Poco dopo, al 33’ del secondo tempo, Adriano Cadregari, l’allenatore del Brescia dei ragazzi, fa entrare un’altra bella promessa, Andrea Pirlo, classe 1979, bresciano di Flero, pure lui nel giro del Brescia dei grandi. Baronio, in quell’inverno del 1996, è già stato acquistato dalla Lazio per 6 miliardi e mezzo delle vecchie lire. La Lazio lo girerà in prestito al Vicenza, se lo riprenderà a più riprese. Baronio farà un’ottima carriera, ma sarà Andrea Pirlo a diventare un fenomeno.

tardelli e… antognoni—  

Baronio e Pirlo condividono molte cose: le comuni radici bresciane; il primo maestro, Mircea Lucescu, l’allenatore che al Brescia li ha svezzati; e la stagione 1999-2000, nella Reggina in Serie A. Baronio e Pirlo insieme in maglia amaranto e in prestito, il primo dalla Lazio e il secondo dall’Inter. L’allenatore è Franco Colomba, impossibile retrocedere con quei due, non per caso la Reggina, al debutto nel massimo campionato, chiude all’undicesimo posto, un piazzamento esaltante. Baronio copre le spalle a Pirlo, questo è l’asse o lo schema che si crea al Granillo, sempre gremito perché certe congiunture astrali sono irripetibili e bisogna godersele. Pirlo dirige e crea con la maestria del numero 10, dipinge calcio sulla trequarti. Baronio tiene i conti in ordine con la logica del numero 8 di una volta. L’amicizia si cementa dentro e fuori dal campo: per esempio, nei ritiri i due condividono la camera. Una sintonia tecnica e umana.

Bresciani in Calabria, un cocktail riuscito, un duo perfetto. Marco Tardelli, allora selezionatore dell’Under 21, capisce che Baronio e Pirlo sono un po’ come Tardelli e Antognoni nell’Italia del 1982, così affida loro le chiavi del centrocampo degli azzurrini e si regala un altro urlo di gioia. L’Under 21 vince l’Europeo di categoria il 4 giugno a Bratislava, in Slovacchia, nella finale contro la Repubblica Ceca: 2-1 con doppietta di Pirlo e prestazione super di Baronio. È l’apoteosi del binomio. Pirlo e Baronio giocheranno assieme altre due partite, all’Olimpiade di Sydney, un’avventura finita male, con l’Italia battuta nei quarti dalla Spagna, quasi un segno di quel che verrà. Poi, sul campo, le loro strade si divideranno. Pirlo sempre più in alto, lanciato verso la conquista del mondo, nel 2006 in Germania, e Baronio costante nel suo passare da una squadra all’altra, ma senza più meravigliare. Un ribaltamento dei ruoli, anche nel senso stretto dalla parola: Pirlo dice addio alla trequarti e trova la sua dimensione in regia, nella postazione propria di Baronio.

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sempre insieme—  

Il sorpasso sul terreno del calcio giocato non guasta l’amicizia, anzi la rafforza. Pirlo&Baronio diventeranno una società nel momento in cui “The Italian Maestro”, così lo chiamano gli inglesi, sceglie di farsi allenatore. Pirlo porta con sé Baronio alla Juve, poi al Fatih Karagümrük in Turchia, alla Samp in Serie B, allo United Fc nella seconda divisione degli Emirati Arabi. Un percorso a scendere, fino ai margini, perché una Serie B a Dubai, per quanto chiusa con la promozione, non può che essere considerata periferia. Mai disperare. La chiamata di Paolo Maldini offre un’altra grande possibilità a Pirlo e a Baronio, suo sodale e uomo di fiducia. Il segreto della loro amicizia lo ha svelato Baronio in una recente intervista alla Gazzetta, mai invidiare chi è più bravo di te: “Come giocatore non mi sono mai avvicinato a lui, mai. Nessuna invidia. Magari all’inizio si parlava meglio di me, ma lui non era ancora Pirlo. Scherzando, gli dico che ha imparato da me a fare il regista. A New York una volta gli dissi: ‘Oh, tra qualche anno mi fai da vice’. E lui: ‘Semmai è il contrario, io una squadra la trovo…'”. Ha trovato la Nazionale, il massimo. Speriamo che finisca come nel 2000 in Slovacchia. Dietro l’angolo c’è un altro Europeo, stavolta quello dei grandi, nel 2028 in Inghilterra. Prima qualificarsi, poi fare bella figura. Il problema è che oggi in Italia non si scorge all’orizzonte un nuovo Pirlo e neppure un altro Baronio.