di
Barbara Visentin

Il cantautore si racconta in vista dell’incontro con i fan a Diano Marina: da Abbey Road agli incontri con Bob Dylan («Un clown in senso bello») e Tina Turner

Si definisce «un libero battitore che non le ha mai mandate a dire», ha collezionato aneddoti memorabili, ma non perde la voglia di mettersi in gioco, con un nuovo album in arrivo, «Sentimental City», accompagnato da tanti concerti e da un libro. A 71 anni Alberto Fortis è una miniera di racconti che condividerà col pubblico anche il 31 luglio alla rassegna «Incontri ravvicinati con la musica» di Stefano Senardi, a Diano Marina (Imperia) «di cui sono cittadino onorario», precisa il cantautore di «Milano e Vincenzo».

Prima del percorso artistico, Fortis era studente di medicina: «Inaspettatamente il primo album ha avuto un grande successo e scherzando dico meno male per i miei potenziali pazienti, anche se probabilmente avrei scelto come indirizzo la psichiatria perché mi interessa molto la mente».



















































La musica l’ha portato lontano, a partire da Abbey Road dove è avvenuto un mitologico incontro con Paul McCartney: «Tutti andavano in mensa insieme ad Abbey Road, era una situazione privilegiata e famigliare. Sono stato presentato a Paul da George Martin e mi ha dato l’impressione di essere rimasto il ragazzo di Liverpool, amichevole e gentile. Mi chiese come mi trovavo, mi ricordò, come se ce ne fosse bisogno, che lì avevano registrato i grandi successi dei Beatles, augurandomi che mi portasse fortuna. Di lì a poco arrivò Linda con una giovane Stella e mi porse una canna. Non si poteva dire di no, era come un gesto di pace, ma feci quasi finta di fumare, non volevo correre rischi, visto che stavo lavorando».

Nel periodo trascorso a Los Angeles, invece, conobbe Bob Dylan: «Galeotto era stato l’incontro con suo figlio Jesse, regista, che mi ha permesso di conoscere sua santità Bob Dylan. Ha un lato molto spiritoso, è clown in senso bello. Mi ha detto una frase, “ogni tanto noi non creiamo granché, ma siamo antenne per captare cose scritte nel cielo e nell’aria”, che riporto sempre quando suono “Il Duomo di notte” perché quella canzone mi è arrivata quasi compiuta, come un segnale».

David Bowie, Sting, Keith Richards e soprattutto Tina Turner, «con cui ho fatto un tragitto in limousine, scoprendo una persona di un’umanità devastante», sono alcuni degli altri grandi personaggi con cui Fortis ha intrecciato l’esistenza. E in Italia? «Niccolò Fabi è un amico, da ragazzo veniva ad accordarci le chitarre per fare pratica – racconta -. Con Biagio Antonacci, poi, ho un ottimo rapporto, quando studiava ragioneria mi portava le sue cassettine con scritto “Geometra Biagio Antonacci”». 

Degli artisti più giovani Fortis elogia Lucio Corsi: «Quando era semi-sconosciuto mi ha aperto un paio di concerti, è un ponte meraviglioso fra le radici cantautorali e quel che accade oggi. L’industria dovrebbe cercare più Lucio Corsi e meno tematiche che non rimangono nel tempo, violente in maniera fine a se stessa. Ci siamo abituati alla banalità e mi piange l’anima quando vedo la musica manipolata per valori dannosi». 

Per Fortis, impegnato socialmente su molti fronti e di recente nominato Ambasciatore per la pace preventiva dal Segretariato Permanente del Summit Mondiale dei Premi Nobel, una casella ancora da spuntare è quella sanremese: «Faccio parte dei pochissimi che non hanno mai partecipato, per diversi motivi. Ma oggi lo ritengo una vetrina imparagonabile. Al contrario dei Promessi Sposi, “questo Festival s’ha da fare”». 

25 luglio 2026