di
Margherita De Bac
Clara Martelli, 103 anni: «Il grande artista raccontava a raffica barzellette antifasciste. Amo ancora la pittura»
«Non resisterò a lungo, temo che tra mezz’ora dovrò salutarla. Sa, mi affatico facilmente». Invece dopo un’ora e mezza di ricordi nitidi, impreziositi da dettagli intensi, Clara Martelli è ancora davanti a noi, seduta con postura eretta in una piccola stanza ingombra dell’essenziale. Alle pareti i quadri che non ha mai voluto esporre pubblicamente, per riserbo. Spicca l’autoritratto del ’42, quando aveva 19 anni e non sapeva che la tecnica avrebbe richiesto tre specchi, anziché l’unico in cui vide riflesso il suo volto.
La voce e gli occhi le brillano nel pronunciare la parola arte: «È gioia. Una gioia infinita che avverto ancora». Da fuori giunge l’eco del quartiere Vescovio dove vive da quando si trasferì nella Capitale per seguire il marito, Piero Castellano, vice capostruttura di Rai2. «La mia è stata un’esistenza fugace, in sordina. È bello passare senza disturbare ed essere tanto amata», esordisce, premettendo che «quindi non le darò la mia foto». Quelle pubblicate in questa pagina sono frutto della «mediazione» del figlio Guido.
La sordina non si addice a una donna che ha insegnato la pittura a intere generazioni, ha respirato la casa di Giorgio Morandi e fin da piccola si è nutrita di cultura.
«Non correvo per primeggiare. Vedevo tante ragazze che, giustamente, si affannavano per arrivare in testa. Io no. Sono felice di aver visto tante cose e non aver fatto clamore. A 14 anni ho capito che non mi interessava arrivare davanti e ho evitato accuratamente la gara».
Come si sveglia la mattina?
«Contenta, quando vedo la luce. Sto perdendo forza e udito ma ho una bella riserva di libri da leggere e musica da ascoltare. Mi alzo a fatica dal letto, mi adeguo, lo accetto, non mi lamento. Mantengo una memoria di ferro e la testa va avanti a sua insaputa, non può farne a meno. Continua a progettare».
La longevità è di famiglia?
«Ho avuto un nonno centenario, Alfonso Rinaldi, originario della bassa padana. Se non ci fosse stato lui nell’albero genealogico non sarei qui. È tutta una questione di geni».
Un’infanzia non proprio spensierata.
«Sono nata a Bologna il 4 maggio del 1923 in una famiglia benestante alle soglie della disgregazione dell’ultimo ramo di famiglia patriarcale. Papà imprenditore, Gaspare Martelli, poi fallito. Si era fatto da solo, iniziò come muratore. Anche mamma, Adalgisa Rinaldi, proveniva da gente semplice. Aveva lavorato nel laboratorio di armi dell’arsenale, indossava un grembiule grigio chiaro, la ricordo, ed era addetta alle nuove stampatrici di metalli».
Il disegno, vocazione scritta nei geni?
«Fin da piccina giravo con un quadernetto in mano, mentre mamma cucinava. È stata lei a insegnarmi a leggere prima che entrassi alle elementari. Avevo una maestra poco emancipata, grande religiosa. È stata perfino proposta come “serva di dio”, primo passo verso la beatificazione. Anche papà mi incoraggiava a disegnare però i suoi interessi erano focalizzati sull’imprenditoria dove avrebbe voluto vedere il mio futuro. Cercò di ostacolare i miei studi».
È nata nel pieno baby boom del primo dopoguerra. Tanto che alle elementari avevano istituito i doppi turni per offrire a tutti gli alunni la possibilità di frequentare.
«In quegli anni vennero costruite molte nuove scuole. Ricordo l’inaugurazione di quella intitolata a Guglielmo Marconi che partecipò alla cerimonia. Lo rivedo come se fosse oggi. Notai il suo viso molto truccato e il particolare mi stupì. Aveva sposato una ricca attrice inglese e io pensai con immaginazione fanciullesca che probabilmente cercava di non sfigurare».
Papà osteggiava l’iscrizione ad architettura.
«Mi vedeva bene inserita in azienda. Un’estate dovetti sostituire la sua segretaria e svolsi un bel lavoro. E questo consolidò la sua determinazione».
Però lei aveva ben altri progetti, alimentati dalla frequentazione con la famiglia di Giorgio Morandi.
«Una delle sue tre sorelle, Anna, Dina e Maria Teresa, è stata maestra delle mie zie. Andavo spesso in via Fondazza 36, a Bologna, la sua dimora studio. Mi invitavano in vacanza a Roffeno Musiolo, sull’Appennino, luogo delle sue vacanze estive dal ’34 al ’38. Alloggiava in una Casa-torre trecentesca. Ero la più giovane del giro di amiche».
Che tipo era?
«Del professore ricordo tutto. Si univa a noi nei giorni di festa, raccontava a raffica barzellette antifasciste, un simpaticone. Quando cominciai a gironzolare per casa sua c’era già il ritratto olio su tela della madre, Maria Maccaferri».
Morandi dal ’30 al ’56 ha insegnato tecniche dell’incisione all’accademia delle Belle Arti di Bologna mentre lei, dopo le magistrali, frequentava il liceo artistico. La incoraggiò?
«Le sorelle vollero a tutti i costi portargli i miei disegni floreali che gli piacquero molto. È stato per me una guida, un punto di riferimento».
Suo papà infine cedette, non le sbarrò la strada .
«Accettò che mi iscrivessi al liceo artistico solo se mi fossi occupata anche dell’azienda. I professori, conoscendo il mio doppio impegno, mi facevano uscire prima dalle lezioni. Ho avuto tanti maestri: il pittore Nino Corrado Corazza, lo scultore Cleto Tomba. Dopo il diploma mi iscrissi ad architettura a Venezia. Nel frattempo insegnavo disegno alle scuole serali. Esperienza magnifica. Nutrivo un sogno. Diventare architetto di ponti. La guerra li aveva distrutti e desideravo ricoprirne il Paese. Poi l’azienda di famiglia fallì e per mantenermi mi misi a insegnare».
Fino a quando nel 1954 entra in scena il futuro marito, lei dice in modo «violento».
«Lo incontrai a una festa di laurea, nel ’54. Poco dopo mi chiese di sposarlo, a tutti i costi. Era giornalista al Resto del Carlino. Vinse il concorso per entrare in Rai al quale avevano partecipato Umberto Eco, Enrico Vaime e Giovanni Mariotti. In commissione c’era Geno Pampaloni. La nostra vita trascorreva tra questi personaggi. Restammo a Bologna, dove sono nati i nostri figli, Guido e Fabio, prima di trasferirci. Ho insegnato a dipingere ai loro amici che entravano a casa, loro sono stati gli unici a non volerlo fare».
E la giovinezza?
«Le rispondo con un aneddoto. Quando mostrai l’autoritratto a mamma lei mi squadrò e disse, “in sala da pranzo c’è da spolverare”. Ci restai male. La ragazze erano ritenute inadeguate. Prevaleva una dura mentalità».
Perché scappò di casa più volte?
«Ero piccola, provai l’emozione di chi scavalca il filo e scopre sentieri verdissimi al di fuori del cerchio familiare. Ma questo l’ho capito una volta grande. Mi trovò un operaio che lavorava nella vicina fornace e mi ricordo in braccio a quell’uomo polveroso, sudato».
Fra i personaggi che hanno inciso sulla sua storia c’è l’archeologo Salvatore Aurigemma.
«Era il nonno di un paio di miei scolari. Pensi la fortuna di averlo conosciuto. Ho trasmesso l’amore per l’archeologia ai miei figli».
Come ha vissuto il fascismo?
«Appartenevo a una famiglia di antifascisti però mi vestivano da piccola italiana. In classe erano tutte innamorate del duce. Papà finì in carcere e fui io a tirarlo fuori. Andai a bussare alla porta di tutti i suoi amici e clienti, bussai anche alla Prefettura lasciando il mio biglietto da visita. Un giorno lo liberarono e ancora oggi mi chiedo chi ci aiutò».
25 luglio 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA