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“Odissea” di Christopher Nolan frantuma record di incassi, fa discutere, riempie le sale, e fa anche riscoprire a tutti la bellezza di Omero. Da qualche giorno sui social infuriano reels e post riguardanti un altro film che a suo tempo fu al centro di tutto: “Troy” di Wolfgang Petersen. Ci si concentra sulle differenze e punti in comune, sulla rispettiva e differente natura di colossal. Ma al centro di tutto c’è lui: Brad Pitt, per tutti l’unico e solo Achille. 

La riscoperta di un film che fece discutere

Io ero lì Gandalf. Ero lì 22 anni fa, quando Brad Pitt ci fece andare fuori di testa. Scusate lo scherzo, ma onestamente quello che sta succedendo in questi giorni,  in piena “Odissea”- mania, è tanto sorprendente quanto ironico. Parlo della resurrezione di “Troy”, perché io mi ricordo come fu accolto nel 2004: malissimo. Gli stessi attori ancora oggi non ne serbano un bel ricordo. Diane Kruger fu trattata come un pezzo di carne durante il provino a suo dire e emarginata dal resto del cast, Orlando Bloom, Eric Bana, Sean Bean, anche loro in questi anni hanno glissato o sono stati chiari nel reputare quel colossal da 150 milioni una delusione dal punto di vista professionale. E dire che dopo il rifiuto di Terry Gilliam, che sentì puzza di bruciato, sarebbe dovuto essere proprio Christopher Nolan a sostituirlo, ma poi tornò in auge il nome di Wolfgang Petersen e a lui fu dato come contentino “Batman Begins”. Per fortuna aggiungo. Si perché a riguardarlo ancora oggi, nostalgia a parte, “Troy” è un delizioso baraccone a stelle e strisce, pieno di inesattezze, difetti, riscritture che a confronto quelle di Nolan sono delicati arrangiamenti e con un tono affrettato e commerciale a tratti insopportabile. Il paradosso? Ha anche dei pregi innegabili. 

Brad Pitt accettò il ruolo di Achille in “Troy” solo perché obbligato dal contratto con la Warner Bros. Sperava, a sentire lui ancora oggi, di avere almeno un progetto non completamente commerciale, ma trovò la sceneggiatura piatta e monocorde, e il training per il suo leggendario fisico da guerriero greco una tortura. Non trovò la chiave di volta per dare profondità al personaggio ed odiò ogni giorno sul set. Eppure, onestamente, dopo 22 anni, il suo Achille è qualcosa di pazzesco, almeno per chi come me era cresciuto con i disegni di Libico Maraja o chi aveva immaginato di vederlo sullo schermo un giorno. “Odissea” e “Troy” che hanno in comune? Poco, anzi nulla, ed è per questo che “Troy” ora torna di moda, perché per molti rappresenta l’antitesi rispetto a ciò che Nolan ci ha donato. “Troy” era un film dichiaratamente commerciale, fatto con grande cura estetica, pieno di luce, con attori ed attrici famosi non usati per tre minuti scarsi, ma connessi bene o male ai loro personaggi. Allo stesso tempo, come ha scritto qualcuno, “Troy” ha forse aperto uno spiraglio che ci ha portato oggi questa “Odissea”, così personale, così distante dai diktat produttivi che resero la presa di Ilio una sorta di bignami, di hamburger liofilizzato. 

Lo scontro tra immagine e contenuto, realtà ed evocazione

“Troy” con la morte farsesca di Menelao, Paride reso un eroe che sopravvive a tutto e tutti, l’Agamennone di un iracondo Brian Cox ucciso da Briseide, diversi personaggi mancanti, 11 anni condensati in una settimana, è ancora oggi quasi irritante. Ma se oggi su Instagram e TikTok riguardiamo diversi momenti di quel film, è perché aveva dentro anche tanto cinema, quello fatto di grande scene di massa, epica, costumi sgargianti, divi e soprattutto una rievocazione molto più potabile della Guerra di Troia. Il dialogo tra Peter O’ Toole e Brad Pitt sul corpo ancora caldo di Ettore, gli scambi di battute tra Ulisse e il temibile Mirmidone, tra l’Ettore di un convincente Eric Bana e suo padre, sono ad essere onesti momenti di cinema di non indifferente livello. Ma soprattutto, “Troy” cercava di portarci nel mondo di allora, non modernizzava il racconto sui canoni postmoderni come ha fatto Nolan, qualcosa che a parte della critica (quasi totalmente benevola) non ha convinto. Non è possibile neppure considerarlo un prequel non ufficiale, quanto un primo tentativo di mettere da parte quegli Dei, che Nolan pure ha sostanzialmente rinnegato nel suo film. Insomma, sia “Troy” che “Odissea” mettono al centro l’uomo. 

Esiste però anche un terreno di scontro. Achille di Brad Pitt è sì umano ma anche una sorta di supereroe. L’Ulisse di Matt Damon è un uomo tormentato, afflitto da sensi di colpa, depotenziato tanto quanto invece il Re dei Mirmidoni ci fu donato come Omero l’aveva immaginato: il guerriero perfetto. Sono però entrambi ambigui, complessi, mutevoli, rinnegano ciò che sono stati e vivono a contatto con la morte. Certo, possiamo anche dire in tutta onestà che se prima di Matt Damon c’erano stati Ralph Fiennes, Armand Assante, Bekim Fehmiu, Kirk Douglas, dopo Brad Pitt chiunque vestirà i panni di Achille avrà di fronte una performance troppo gigantesca. A suo tempo “Troy” fallì nell’aprire un nuovo corso del peplum o comunque dei film ispirati alla mitologia, a meno che non pensiate che “Scontro tra titani” sia stato positivo. “Odissea” di Nolan, così come il suo “Batman”, pure difficilmente avrà dei figli, legittimi o illegittimi. Forse anche in questo sono simili, nel rappresentare un momento cinematografico unico, una sorta di tempesta perfetta, al di là delle tendenze, delle differenze, di ciò che li accomuna. Se me l’avessero detto 22 anni fa che a qualcuno “Troy” sarebbe mancato però, mi sarei fatto una risata onestamente.