L’idea è biologicamente plausibile. Il nostro organismo non funziona nello stesso modo durante tutte le 24 ore: ormoni, cellule immunitarie e mediatori dell’infiammazione seguono ritmi circadiani regolati dall’alternanza tra luce, sonno e veglia. Alcuni piccoli studi avevano osservato, soprattutto negli anziani, una produzione di anticorpi leggermente superiore dopo la vaccinazione antinfluenzale mattutina. Un trial del 2016, condotto su 276 adulti anziani, aveva per esempio confrontato somministrazioni tra le 9 e le 11 con quelle tra le 15 e le 17, trovando per alcuni ceppi una risposta anticorpale più marcata al mattino. Le ricerche successive, tuttavia, hanno prodotto risultati variabili: una revisione sistematica ha evidenziato differenze profonde tra studi, vaccini, fasce d’età e metodi di misurazione, mentre un’indagine del 2025 su 140 adulti sani sopra i 50 anni non ha rilevato un effetto dell’orario sulla risposta anticorpale. Che il sistema immunitario segua un ritmo quotidiano è certo; che questo ritmo renda il vaccino antinfluenzale clinicamente più efficace al mattino, invece, non era affatto dimostrato.

Per cercare una risposta più solida, i ricercatori hanno analizzato i dati sanitari anonimizzati di oltre 300 organizzazioni statunitensi. Lo studio, pubblicato il 24 luglio 2026 su JAMA Network Open, ha incluso 15.896.073 adulti e 23.057.174 vaccinazioni antinfluenzali, effettuate tra le 7 e le 17 durante le stagioni 2023-2024, 2024-2025 e 2025-2026. Sono state considerate le diagnosi di influenza e i ricoveri registrati almeno due settimane dopo la somministrazione. La parte più interessante dell’analisi ha riguardato circa 5,46 milioni di persone vaccinate in almeno due stagioni: gli studiosi hanno potuto confrontare lo stesso individuo quando aveva ricevuto il vaccino a orari differenti in anni diversi. In questo modo hanno cercato di ridurre l’influenza di caratteristiche personali relativamente stabili, come condizioni croniche, istruzione, situazione demografica e propensione a rivolgersi ai servizi sanitari.

I calcoli hanno effettivamente rilevato alcune differenze statistiche tra le singole ore. Ma il punto decisivo è che queste variazioni non seguivano uno schema coerente capace di separare la mattina dal pomeriggio e avevano dimensioni troppo piccole per essere considerate clinicamente importanti. In altre parole, non emergeva una fascia oraria in cui la vaccinazione garantisse una protezione chiaramente superiore. Ancora più netto il risultato sui casi gravi: l’ora della somministrazione non era associata in modo significativo al rischio di ricovero per influenza. Questo studio aiuta anche a comprendere la differenza tra significatività statistica e rilevanza clinica. Con oltre 23 milioni di vaccinazioni, persino oscillazioni minime possono superare una soglia matematica di significatività senza tradursi in un beneficio concreto per il paziente. Un numero statisticamente diverso non indica automaticamente una differenza utile nella vita reale.

Resta comunque un limite importante: non si è trattato di un esperimento nel quale le persone venivano assegnate casualmente a un appuntamento mattutino o pomeridiano, ma di uno studio osservazionale basato sulle cartelle cliniche. Non si può quindi escludere del tutto che fattori non misurati abbiano influenzato sia l’orario scelto sia il rischio di ammalarsi. Inoltre, le diagnosi considerate erano quelle registrate durante un incontro sanitario: eventuali influenze gestite a casa o non diagnosticate potrebbero essere sfuggite. I risultati, però, sono abbastanza rassicuranti da evitare un nuovo ostacolo alla vaccinazione. Non è necessario cercare il fantomatico appuntamento perfetto alle otto del mattino: molto più importante è scegliere un giorno e un’ora compatibili con i propri impegni, seguendo le indicazioni del medico e della campagna vaccinale. Rinviare la somministrazione aspettando la fascia teoricamente ideale rischia di essere una strategia peggiore dell’orario stesso.

Wong KK, Jena AB. Time of Day of Influenza Vaccination and Subsequent Influenza Risk. JAMA Network Open. 2026;9(7). DOI:10.1001/jamanetworkopen.2026.25267.

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