Il progetto di Musk di lanciare in orbita un milione di satelliti per i data center scatena una nuova protesta. Gli scienziati: «Conseguenze catastrofiche per il nostro pianeta»

Dopo due rinvii, nella notte italiana SpaceX ha portato a termine il tredicesimo volo di prova di Starship V3 il razzo più potente mai costruito, e per l’azienda di Elon Musk è stato il test più riuscito finora. Il veicolo, alto circa 124 metri, è decollato poco dopo la mezzanotte (ora italiana) dalla base di Starbase, nel Texas meridionale vicino a Brownsville, e ha concluso la sua corsa ammarando integro nell’Oceano Indiano: un risultato mai ottenuto prima. La navicella non solo è rimasta a galla, ma ha continuato a trasmettere immagini e dati anche dopo il contatto con l’acqua, in quello che SpaceX ha descritto come l’ammaraggio più morbido mai realizzato dal veicolo.

Era il secondo volo della cosiddetta Versione 3 di Starship, un aggiornamento pensato per migliorare prestazioni e affidabilità. Stavolta tutti i 33 motori dello stadio propulsore, il booster Super Heavy, si sono accesi regolarmente al decollo.



















































Gli obiettivi centrati e i prossimi passi

La missione ha centrato quasi tutti gli obiettivi. Lo stadio superiore, chiamato Ship, ha rilasciato in volo 20 satelliti Starlink di nuova generazione: non più modelli fittizi come nei test precedenti, ma esemplari funzionanti, dotati di collegamenti laser tra loro e di pannelli solari più estesi per garantire una maggiore capacità di trasmissione dati. Trattandosi di un volo suborbitale, i satelliti non sono rimasti in orbita ma sono rientrati nell’atmosfera, bruciando circa venti minuti dopo il rilascio. Prima di disintegrarsi, sei di loro hanno usato le loro telecamere per riprendere lo scudo termico di Starship durante la fase più rovente del rientro, quando le temperature raggiungono migliaia di gradi.

Altro passaggio decisivo, la riaccensione in volo di uno dei motori Raptor per quattordici secondi: una manovra indispensabile per le future missioni orbitali, perché servirà a far uscire il veicolo dall’orbita in sicurezza invece di lasciarlo vagare finché pezzi incontrollati non ricadano su aree abitate.

Non tutto è però  filato liscio. Il booster Super Heavy ha effettuato un rientro più brusco del previsto sul Golfo del Messico: durante la frenata finale si sono accesi soltanto cinque dei tredici motori programmati, così lo stadio ha toccato l’acqua mentre stava ancora scendendo a velocità sostenuta, invece di rallentare fino a restare quasi sospeso. Un intoppo, ma tutto sommato marginale rispetto al quadro complessivo.

Se i dati raccolti non riveleranno ostacoli seri, SpaceX potrà passare agli obiettivi più impegnativi: entrare in orbita attorno alla Terra, riportare lo stadio superiore in Texas e «catturarlo» al volo sulla torre di lancio, come già avviene con il booster.

Il viaggi sulla Luna

Il successo pesa su più fronti. Il primo è la Luna: Starship è al centro dei piani della Nasa per il programma Artemis, e SpaceX dovrà fornire una versione del veicolo capace di portare gli astronauti dall’orbita lunare alla superficie. Prima però l’azienda deve dimostrare traguardi tecnologici ancora inediti, come lanciare più Starship in rapida sequenza ed effettuare il rifornimento di propellente nello spazio: trasferire metano e ossigeno liquidi ultrafreddi tra due veicoli in assenza di peso non è mai stato fatto.

I data center nello spazio e i pericoli per la Terra

L’ambizione più vasta, quella che alimenta le attese del mercato è il fatto che SpaceX punta a usare Starship per collocare in orbita fino a un milione di satelliti-data center, veri e propri centri di calcolo nello spazio. Non è la sola: anche Blue Origin di Jeff Bezos e altre aziende hanno presentato progetti analoghi, spinte anche dalla forte opposizione che i data center terrestri incontrano ormai un po’ ovunque.

Ma gli scienziati sono in allarme per questo progetto.  Una nuova petizione presentata negli Stati Uniti alla Federal Communications Commission chiede di sospendere le nuove licenze per i data center orbitali, sostenendo che quei piani violino la legge federale sulla valutazione d’impatto ambientale. Il documento è stato depositato da tre organizzazioni, Public Employees for Environmental Responsibility, il gruppo legale Earthjustice e DarkSky International, che si batte contro l’inquinamento luminoso.

Il timore principale riguarda l’atmosfera. Razzi e satelliti che bruciano al rientro rilasciano fuliggine, metalli rari, ossidi di alluminio e altri inquinanti, che si stanno accumulando nella stratosfera a livelli ritenuti preoccupanti e dagli effetti in gran parte sconosciuti. Alcuni scienziati temono danni allo strato di ozono, con una maggiore esposizione ai raggi ultravioletti, o un’ulteriore destabilizzazione del clima con «conseguenze catastrofiche per l’atmosfera terrestre». Un volo di misurazione della NOAA,  l’agenzia federale statunitense che si occupa di oceani, atmosfera e clima,  aveva già rilevato, a fine 2023, metalli negli aerosol di acido solforico che aiutano a regolare la temperatura del pianeta funzionando quasi come una «crema solare» planetaria.

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25 luglio 2026 ( modifica il 25 luglio 2026 | 16:13)