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C’è un filo che lega gli ultimi lavori di Dario Aita: il desiderio di raccontare personaggi alla ricerca di qualcosa che sfugge, sospesi tra realtà e dimensione interiore. Da Franco Battiato, con il suo incessante cammino verso un “centro di gravità permanente”, a Sandrino in Parthenope, l’attore ha dato volto a figure accomunate da una tensione verso l’invisibile. Un percorso artistico che si è intrecciato con un momento altrettanto significativo della sua vita privata, la nascita della figlia. Ospite dell’ultima giornata del Marateale, l’attore siciliano ripercorre una stagione intensa della sua carriera, tra il confronto con uno dei cantautori più influenti della musica italiana, il lavoro con Paolo Sorrentino e i nuovi progetti che lo porteranno ancora tra cinema e serialità.


APPROFONDIMENTI

Lei ha interpretato Franco Battiato. Quel “centro di gravità permanente”, secondo lei, è qualcosa che si può raggiungere o è una ricerca che accompagna tutta la vita?
«Penso sia abbastanza utopico raggiungerlo. Lo immagino più come un faro, una stella polare che orienta il cammino dell’uomo, che come un traguardo. La ricerca non ha un vero inizio né una vera fine e, per come la intendeva Battiato, il centro di gravità permanente è uno degli step per avvicinarsi a una dimensione di illuminazione. Sarebbe un po’ ardito dire di averlo raggiunto».
 
C’è stato un momento in cui ha sentito davvero il peso di interpretare Battiato?
«Sì, quando ho dovuto confrontarmi con le sue canzoni. Restituire la magia della sua voce, i suoi suoni e le sue sfumature è stato l’aspetto che ha richiesto la maggiore concentrazione».
 
Nel periodo in cui preparava questo ruolo è diventato anche padre. L’incontro con sua figlia ha cambiato il suo modo di guardare il mondo e il suo lavoro?
«Ha cambiato me e, di conseguenza, anche il mio modo di lavorare. Più che la paternità, è stato l’incontro con mia figlia. I neonati sembrano conservare un contatto con una dimensione che noi adulti non riusciamo più a vedere. Mia figlia è stata una sorta di Stargate: bastava guardarla negli occhi per ritrovarmi in un’altra dimensione. Questo mi ha aiutato anche ad avvicinarmi a Battiato, restituendomi la capacità di credere in ciò che non vediamo».
 
Da Battiato a “Partenope”: sono mondi diversi, ma entrambi raccontano personaggi che inseguono qualcosa di invisibile. È una coincidenza o sente che questo filo rosso appartenga anche a lei?
«Credo che ogni personaggio sia mosso da un desiderio. A volte è concreto, altre è un miraggio. Sandrino rincorre l’amore, che forse è il desiderio più universale. Guardando il mio percorso, mi accorgo che il tema del desiderio mancato ritorna spesso. In fondo, come insegna anche Lacan, è il desiderio a tenerci vivi, più del suo compimento. Credo che molti dei personaggi che ho interpretato siano accomunati proprio dal desiderio di conoscere l’inconoscibile».
 
Sandrino vive un amore che sembra non finire mai. Secondo lei esiste davvero un sentimento capace di accompagnarci per tutta la vita?
«Per me il confine tra narrazione e realtà è molto sottile. Se abbiamo bisogno di vivere un amore come eterno, allora in qualche modo quell’amore lo diventa. Poco importa da dove nasca: se continua a vivere dentro di noi, allora è reale».
 
Alla sua uscita “Partenope” ha diviso molto il pubblico. Qual è, secondo lei, il più grande equivoco con cui è stato letto il film?
«Molti hanno pensato che volesse farsi portavoce di tematiche di genere, ma non era quella la sua intenzione. È il racconto di un essere umano e, forse, anche dell’alter ego femminile di Paolo Sorrentino. Il suo sguardo è sempre stato universale, oltre il tempo e oltre lo spazio, e credo che anche Partenope vada letto in questa chiave».
 
Nel film Napoli sembra diventare un personaggio. Da siciliano ha ritrovato qualcosa della sua terra in quella città raccontata da Paolo Sorrentino?
«Napoli è un universo a parte, ma con Palermo e con il Sud condivide il rapporto strettissimo tra vita e morte. Proprio da questo confronto nasce una vitalità straordinaria. A Napoli tutto è vissuto con un’intensità quasi espressionista ed è impossibile non lasciarsi travolgere da questa energia».
 
Chiudiamo con il futuro. A cosa sta lavorando?
«Ho due progetti in uscita: “Idillio”, con Alessandra Mastronardi e la regia di Pierluigi Ferrandino, e “Memorie”, una serie per RaiPlay diretta da Cosimo Alemà. Entrambi dovrebbero arrivare entro la fine del 2026. Intanto sono sul set di una commedia romantica per Amazon: mi piace continuare a cambiare e mettermi alla prova con personaggi sempre diversi».


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