L’Italia è il Paese europeo nel quale il virus West Nile ha raggiunto la distribuzione geografica più ampia. A dirlo è l’OMS Europa, che nel suo aggiornamento del 24 luglio ha fotografato una situazione già significativa: al 15 luglio erano stati confermati 21 casi in 17 diverse aree territoriali italiane. Il dato non indica 17 Regioni amministrative, ma zone nelle quali è stata identificata una trasmissione locale. Nel frattempo, però, il quadro è avanzato rapidamente: il successivo monitoraggio dell’ECDC, basato sulle segnalazioni disponibili fino al 22 luglio, ha portato il bilancio italiano a 46 casi autoctoni distribuiti in 20 aree. Nello stesso aggiornamento risultavano 81 casi complessivi in sei Paesi europei. Più che il solo numero dei contagi, a richiamare l’attenzione è quindi l’estensione del territorio coinvolto, mentre la stagione di trasmissione non ha ancora raggiunto la sua conclusione. La differenza tra i due bilanci non è una contraddizione, ma dipende dalle diverse date di rilevazione.

La West Nile è un’infezione virale trasmessa soprattutto dalla cosiddetta zanzara comune o notturna, la Culex pipiens, molto diffusa nel nostro Paese e considerata il principale vettore italiano. Il virus circola normalmente tra uccelli e zanzare: l’insetto si infetta pungendo un volatile portatore e può successivamente trasmettere il patogeno all’uomo, ai cavalli e ad altri mammiferi. La West Nile non si trasmette attraverso i normali contatti tra persone, mentre sono state documentate soltanto rare infezioni attraverso trasfusioni, trapianti, gravidanza o allattamento. In Europa la circolazione avviene soprattutto dalla tarda primavera all’autunno, con il periodo di maggiore trasmissione generalmente compreso tra luglio e settembre. Temperature più elevate ed estati più lunghe, avverte l’OMS, possono offrire alle zanzare più tempo e nuovi territori nei quali mantenere il virus.

La buona notizia è che per la maggioranza delle persone l’infezione non provoca conseguenze evidenti. Circa il 70–80% dei contagi resta completamente senza sintomi. Quando la malattia si manifesta, può assomigliare a una sindrome influenzale estiva, con febbre, mal di testa, stanchezza, dolori muscolari, nausea, vomito, linfonodi ingrossati e, in alcuni casi, un’eruzione cutanea. Non esistono attualmente un vaccino autorizzato per l’uomo né un farmaco antivirale specifico: nei casi lievi si interviene sui sintomi, mentre le forme gravi richiedono assistenza ospedaliera. La prevenzione rimane quindi l’arma più efficace. L’OMS raccomanda repellenti usati secondo le istruzioni, abiti chiari e coprenti, zanzariere e una minore esposizione all’alba e al tramonto. È altrettanto importante svuotare sottovasi, secchi, ciotole e altri contenitori nei quali può accumularsi acqua stagnante, riducendo così i possibili luoghi di riproduzione delle zanzare.

Secondo l’OMS, approssimativamente una persona infetta su 150 sviluppa una forma grave capace di interessare il sistema nervoso centrale. Il rischio di malattia neuroinvasiva è maggiore soprattutto nelle persone anziane e in quelle con difese immunitarie compromesse. I segnali da non ignorare sono febbre alta, mal di testa molto intenso, rigidità del collo, disorientamento o confusione, tremori, convulsioni, marcata debolezza muscolare, difficoltà nei movimenti, paralisi o perdita di coscienza. Questi sintomi possono indicare meningite, encefalite o un’altra complicanza neurologica. In presenza di disturbi neurologici improvvisi, soprattutto dopo essere stati punti da zanzare in una zona interessata dalla circolazione del virus, non bisogna aspettare: è necessaria una valutazione medica urgente. Non ogni puntura comporta un contagio e, come precisa l’OMS, per la maggior parte della popolazione il rischio individuale resta basso. Il punto è riconoscere tempestivamente i pochi casi che possono evolvere in modo grave e ridurre l’esposizione attraverso semplici misure quotidiane.