di
Marta Serafini

Il sociologo: per il manifestanti l’ex ministro è la promessa di un futuro

DALLA NOSTRA INVIATA 
KIEV «Non riuscirete a ignorarci». Decimo giorno consecutivo, la protesta torna in piazza Ivan Franko. Davanti al teatro nazionale. Sotto il perimetro del potere. A poca distanza dal palazzo presidenziale ucraino, dove nell’ultima settimana Volodymyr Zelensky ha visto aprirsi forse la crisi più dura dall’inizio della guerra.

Non una folla oceanica. Ma un manipolo che si conta. Veterani, amputati, ragazzi troppo giovani per avere già quella stanchezza negli occhi. Corpi che la guerra la portano addosso. Per parlare, cartone povero, scritto a mano, appoggiato ai blocchi stradali, fatto in fretta ma necessario.



















































La richiesta sempre la stessa, anche dopo la caduta dell’ex capo di stato maggiore Oleksandr Syrskyi, sostituito con il più giovane Mykhailo Drapaty. La piazza non si è svuotata quando una delle sue domande è stata accolta. Anzi. È rimasta lì a dire che non basta. Che il punto non è solo togliere di mezzo un comandante contestato, ma riportare Mykhailo Fedorov al ministero della Difesa.

«Non è resa. È bisogno di futuro. Bisogno di sapere che la tua opinione conta, non come ai tempi dell’Unione Sovietica, quando era il potere a decidere tutto senza assumersi le responsabilità», spiega Katia, studentessa di biotecnologie. Per lei, Fedorov non è solo un ex ministro. È una promessa interrotta, la possibilità di combattere in modo diverso: più rapido, più tecnico, più adattivo. «Abbiamo bisogno di droni, innovazione, riforma, meno spreco di vite. Una guerra meno cieca», scandisce Dmytro Koziatynskyi, veterano del battaglione Da Vinci, ingegnere informatico, e volto della Maidan di cartone.

Lo sa bene Koziatynskyi. Mentre qui si protesta, al fronte ci sono soldati intrappolati nella kill zone, nascosti nei bunker, nelle postazioni interrate, con un joystick in mano e il nemico davanti, a respingere assalti in una guerra che ormai passa anche attraverso uno schermo e una telecamera. E ce ne sono altri che restano in posizione per mesi. Anche 200 giorni. Perché i cambi non arrivano. Perché le rotazioni mancano. Perché l’esercito regge dove può, come può. E perché, avverte Koziatynskyi, gli abusi e quello che accade in alcuni reparti d’assalto finiscono per spaventare i civili e allontanare le reclute, rendendo ancora più difficile riempire i vuoti e garantire il ricambio al fronte.

Da una parte un’Ucraina giovane, urbana, digitale, convinta che questa guerra imponga di cambiare lingua, strumenti, catene di comando. Dall’altra il riflesso di una struttura più vecchia, più verticale, più diffidente verso tutto ciò che rompe le gerarchie. Lo spiega bene Yevhen Holovakha, direttore dell’Istituto di Sociologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina: «Per i giovani ucraini Fedorov ha acquisito uno status leggendario. Che ci piaccia o no, è associato alla speranza di una fine positiva della guerra in un futuro prossimo. E quindi, quando si dimette, rappresenta al tempo stesso la fine delle speranze di queste persone». Il futuro? «Fedorov ha due opzioni: o rimane un organizzatore di talento oppure si lancia in politica. Le elezioni ora sono impossibili, ma in futuro potrebbe diventare una figura di spicco della scena politica».

E c’è un’altra memoria, più vicina, che in questa piazza resta addosso. L’anno scorso, qui, si protestava già contro la decisione di Zelensky di svuotare l’autonomia delle agenzie anticorruzione Nabu e Sapo. Anche allora la strada aveva obbligato il potere a correggersi e quella crisi aveva poi finito per travolgere anche Andriy Yermak, il consigliere più potente del presidente, logorato dagli scandali.

Poi però basta alzare gli occhi. Sopra la piazza, sopra i cartoni, sopra i cori, continua ad aleggiare l’altra verità, quella che nessuna protesta può cancellare. I droni hanno cambiato la guerra, il ritmo, la vista, la distanza. Ma non basta ancora. Quando dal cielo arriva un missile, per tirarlo giù serve sempre un Patriot. E se è di intercettori che Zelensky parlerà con Trump settimana prossima durante la sua visita a Washington, la guerra non è solo a Kiev. E mentre la piazza ancora urla sotto la sua finestra, il presidente ucraino su X scrive: «Abbiamo ottenuto risultati molto significativi con attacchi a lungo raggio nel Mar Caspio, tra cui navi utilizzate per il trasporto di merci militari destinate all’Iran, nonché una nave da guerra». Tradotto, il comandante in capo è ancora lui.

25 luglio 2026