Dolore sordo e profondo, rigidità, gonfiore, fino ad arrivare con il passare del tempo a difficoltà nel camminare o a compiere semplici attività quotidiane come alzarsi da una sedia o scendere le scale. Sono i sintomi più comuni di una patologia molto diffusa che può diventare invalidante e che colpisce milioni di italiani: l’artrosi del ginocchio o gonartrosi.

L’avanzare dell’età è tra le sue cause principali, ma non è l’unica, e ricorrere alla protesi non è la sola soluzione, come spiega il dottore Claudio Zorzi, direttore dell’Ortopedia e Traumatologia dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria a Negrar (Verona).

Cos’è innanzitutto l’artrosi del ginocchio? “L’artrosi del ginocchio o gonartrosi è una patologia cronica degenerativa legata all’avanzare dell’età ma che colpisce anche le persone che forzano molto sulle ginocchia, quindi chi svolge un lavoro pesante e gli sportivi, anche in età precoce. Banalmente, potremmo definirla un’usura della cartilagine articolare che impedisce lo sfregamento tra femore, tibia e rotula. Quando la cartilagine si consuma, si assottiglia o viene lesionata, si crea un attrito che causa dolore, rigidità e altri sintomi tipici”.

Quali sono le sue cause? “L’età, innanzitutto, ma hanno una responsabilità anche alcuni sport. Ad esempio, nei maratoneti si riscontrano forme degenerative anche in età giovanile. Accanto, la familiarità e la forma stessa del ginocchio. Se ci sono dei malallineamenti, ovvero quando le ginocchia non sono perfettamente dritte ma tendono a essere vare o valghe, rispettivamente curvate all’infuori o all’indentro, si possono avere delle usure maggiori perché la situazione di appoggio non è ideale e si sovraccarica l’uno o l’altro comparto del ginocchio”.

Un’altra causa, spesso sottovalutata è l’obesità. “Una condizione di sovrappeso – che si verifica spesso a partire dai 40-50 anni parallelamente alla diminuzione dell’attività fisica – porta a sovraccaricare le ginocchia. Immaginiamo di essere persone normopeso, ma di avere sempre sulle spalle uno zaino pesante. Quando si superano i 10 kg oltre quello che è il peso ottimale correlato all’altezza, si hanno delle difficoltà, aumentate ulteriormente dall’avanzare della soglia dell’età. Importante quindi, mantenere una dieta sana ed equilibrata”.

Quali sono i primi campanelli d’allarme cui prestare attenzione? “Il primo e più fastidioso sintomo della gonartrosi è il dolore nella parte interna o esterna del ginocchio o nella zona rotulea. Un altro segnale è il gonfiore, alcune volte infatti, la prima manifestazione è un versamento articolare. Spesso si tende a sottovalutare questi sintomi perché spariscono nel giro di pochi giorni, ma, al contrario, sono già un avvertimento che qualcosa non funziona come dovrebbe”.

Dalla medicina rigenerativa alla chirurgia avanzata. Quali cure abbiamo a disposizione? “Il trattamento della gonartrosi, soprattutto negli ultimi anni, è molto cambiato. Un tempo si ricorreva con una certa facilità alla meniscectomia, l’asportazione di un menisco degenerato. Oggi si esegue questa procedura solo per alcune patologie acute. Quando i menischi iniziano a degenerarsi, si introducono all’interno delle articolazioni delle cellule staminali o mesenchimali che aiutano la rigenerazione cellulare sulla parte cartilaginea, meniscale e soprattutto su quella sinoviale, che è la membrana che avvolge le articolazioni in particolare quelle del ginocchio”.

Quando, invece, è necessario ricorrere all’intervento? “Si passa all’approccio chirurgico quando bisogna correggere un asse meccanico in fase iniziale di degenerazione o un asse meccanico eccessivamente valgo o varo nelle persone media età. Quando, invece, la situazione è già degenerata, si ricorre alla chirurgia protesica“.

La protesi fa spesso pensare a qualcosa di limitante, a qualcosa che ostacola i movimenti, la libertà e l’autonomia, invece? “In passato l’obiettivo dell’intervento di protesi al ginocchio era esclusivamente quello di fare camminare nuovamente il paziente. Oggi, le richieste funzionali sono molto aumentate, nessuno a 50 anni vuole arrendersi o smettere di praticare sport. Per questo si ricorre all’intervento di protesi parziale (monocompartimentale) anche nelle persone giovani, una procedura poco invasiva che permette una ripresa funzionale e sportiva precoce. L’intervento di protesi totale, invece, è più impegnato e implica una ripresa che varia tra i 2 e i 5 mesi, al termine dei quali si potrà avere una vita normale e fare sport. L’intervento è risolutivo e il risultato ha una durata che varia tra i 15 e i 25 anni, a seconda della corretta gestione da parte del paziente, controllo del peso innanzitutto”.

Cosa evitare dopo l’intervento? “Premesso che deve vigere la regola del buonsenso in tutto, in tema di attività fisica è importante regolamentarla e farla con criterio. Da evitare gli sport da contatto, una frattura su una protesi può comportare un cambio di vita drastico. Stessa cosa per la corsa, perché crea un rimbalzo continuo sull’articolazione che influisce anche sulla durata della protesi”.

Un tempo l’età avanzata era un limite importante per l’intervento di protesi. È ancora così? “La vita delle persone è cambiata diametralmente negli ultimi decenni e si è spostata in avanti, ma con l’aumento dell’età media crescono anche i rischi di patologie. Oggi si opera anche in età molto avanzate, e la protesi monocompartimentale è una valida soluzione proprio come lo è per chi è molto giovane. Pensiamo a una persona di 85 anni che non riesce più a camminare. Con la protesi ha 10-15 anni in più di salute, il rapporto rischi-benefici è nettamente a favore dell’intervento”.