L’Inps ha circa 2 miliardi di euro “in cassa” che investe: ma come? E con quali risultati? Sono domande che affronto prendendo spunto da una lettera di un lettore, che vorrebbe una riforma pensionistica «uguale per tutti». Ma al di là delle utopie di stampo socialista, ci possiamo chiedere come l’ente previdenziale – e le altre casse – gestisca veramente i capitali?
Un ente previdenziale non si limita a incassare i contributi e a versare pensioni. La differenza fra entrate e uscite esiste e non è che se Tizio versa oggi X, quella cifra resta congelata fino a quando potrà riprendersela. Un ente previdenziale, come una cassa professionale, deve salvaguardare il valore di quei soldi.
Ecco allora che l’Inps deve investire. Ma non in Borsa, né in fondi speculativi. Il suo patrimonio è prevalentemente immobiliare. Gli stabili da reddito sono conferiti ai fondi SGR ossia di Società gestione del risparmio, di Invimit, una società del ministero. Si tratta di fondi “Senior”, studiati essenzialmente per salvaguardare la liquidità necessaria al pagamento delle pensioni.
I soldi arrivano tramite la valorizzazione del patrimonio, in linea di massima vendita o affitto degli immobili. Ci sono circa 2 miliardi di euro investiti in quote di fondi immobiliari, cui si aggiunge un patrimonio immobiliare netto di 1,5 miliardi.
Eppure, ogni riforma pensionistica punta a differire l’età del ritiro, per evitare di dover sborsare cifre che non ci sono a disposizione. L’Inps diventa come una società che fattura, fa anche “utili” magari e paga i suoi clienti/assicurati. Ma se fosse una SpA il mercato chiederebbe: dov’è il cash flow? Insomma, la liquidità.
Più che alle riforme, allora, bisognerebbe guardare ai manager che guidano questi enti, e pure i ministeri: in una holding privata sarebbero forse già a spasso.