di
Marco Madonia

La sorella del 42enne morto domenica scorsa durante l’intervento di due agenti di polizia è arrivata con il fratello e la nipote alla veglia di preghiera organizzata dalla comunità marocchina a Bologna. «Vogliamo che chi ha sbagliato si assuma le proprie responsabilità»

«Ci sono dei momenti in cui il dolore ti acceca. Quando ho visto il corpo di mio fratello immobile per terra il mondo mi è crollato addosso, il buio mi ha inghiottita. La disperazione mi ha fatto urlare una parola terribile, ho detto che volevo vendetta. Ma quella parola non appartiene al mio cuore». Katia Fakir è la sorella di Abderrahim, il 42enne morto domenica scorsa al Pilastro durante l’intervento di due agenti di polizia. La donna è arrivata con il fratello e la nipote alla veglia di preghiera organizzata dalla comunità marocchina al Pilastro, proprio davanti al cantiere blindato del Muba. «Non vogliamo vendetta, la vendetta porta solo altra rabbia e dolore in una città che è già ferita — ha detto la donna —. Mio fratello non merita di essere ricordato in mezzo al caos. Quello che vogliamo è solo giustizia, verità nelle aule di tribunale, vogliamo che chi ha sbagliato si assuma le proprie responsabilità. Vi chiedo con le lacrime agli occhi di aiutarci a onorare la sua memoria. Chiediamo giustizia con la pace nel cuore». 

Fakir e il ricordo degli amici

Quando finisce di parlare ha la voce strozzata dal pianto, vicino a lei ci sono i ragazzini con la maglia del Bologna e quelli con la divisa del Marocco di Hakimi e Brahim Diaz. Giocano a calcio sotto il canestro bardato con il vessillo del Marocco mentre i genitori e i nonni raccontano che Fakir lo conoscevano da bambino. «Io sono stato tra i primi marocchini a venire qui negli anni 90, lo conoscevo da quando eravamo piccoli. Sabato sera eravamo insieme, abbiamo fatto aperitivo. Lui stava benissimo, era solo un po’  preoccupato per il lavoro, doveva avere 20mila euro da un fornitore», racconta in lacrime Zouir Abdelhaak. «Qui ci conosciamo tutti, siamo come una famiglia», spiega Mike mentre abbraccia il fratello e la nipote di Fakir.



















































Un momento di preghiera e la cena con i tavoli di legno sul campo da basket. La famiglia intanto ha lanciato una raccolta fondi per sostenere le spese legali di un processo che si annuncia lungo e complesso. «Il nostro unico desiderio è che venga fatta piena luce su quanto accaduto, con rispetto, attraverso tutti gli accertamenti che l’autorità giudiziaria riterrà necessari», ha scritto la nipote Yossra Fakir che lunedì scorso ha letto un commovente ricordo in piazza del Nettuno. «Non chiediamo di schierarsi né di esprimere giudizi prima che la verità venga accertata — ha aggiunto — Chiediamo soltanto un aiuto concreto affinché il peso economico non diventi un ostacolo nel nostro diritto di affrontare questo percorso con un’adeguata assistenza legale e tecnica».

La settimana a una settimana dalla morte

E domani, a una settimana di distanza esatta dalla morte del 42enne, è stata convocata la manifestazione pubblica con partenza alle 18 tra via Svevo e via Panzini, proprio dove i telefonini hanno ripreso gli ultimi attimi di vita di Fakir. Tanti i collettivi, sindacati e movimenti che hanno aderito alla manifestazione che chiede «Verità e giustizia per Fakir». Tra le sigle quella di Plat- Piattaforma di intervento sociale, Bolognina antifascista, MuBasta, Giovani palestinesi, SiCobas. Livello di attenzione massima, ma, per il momento, non sono emersi segnali di particolare preoccupazione.


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25 luglio 2026 ( modifica il 25 luglio 2026 | 22:02)