Chiudiamo gli occhi e facciamo un salto indietro di quarant’anni. Siamo a metà degli Ottanta del Novecento, un’epoca di pace e prosperità. Ci siamo lasciati alle spalle gli anni di piombo e del terrorismo, le tensioni sociali nelle piazze, le crisi petrolifere del decennio precedente: ora l’economia tira, il mondo vive in un equilibrio meno precario tra le superpotenze, l’avvento di Gorbacev in Urss dà speranza che la Guerra fredda diventi un lontano ricordo e Ronald Reagan, presidente Usa, infonde agli americani positività e ottimismo. Certo, l’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl lascia tutti con il fiato sospeso, ma l’aria che tira è allegra, ci si vuole divertire con una spensieratezza che ricorda quella del boom economico successivo alla Seconda guerra mondiale e la televisione asseconda questo spirito con il dilagare, soprattutto sulle reti commerciali create da Silvio Berlusconi, di giochi a premi e programmi leggeri come “Drive In”. Anche il mondo dell’auto è in fermento: l’industria si ristruttura, cresce attraverso le acquisizioni (General Motors compra la Lotus, la Ford fa rotta su Aston Martin e Jaguar), le case tedesche rafforzano la loro immagine premium, quelle giapponesi acquistano credibilità sui mercati occidentali, l’elettronica inizia ad affermarsi. E, in Italia, nel 1986 la Fiat rileva dall’Iri statale l’Alfa Romeo, battendo la concorrenza della Ford. È in questo quadro di generale ottimismo che si inserisce un fenomeno destinato a lasciare tracce indelebili: quello delle “piccole bombe”. L’industria dell’auto capisce che, nel mercato, c’è spazio anche per una tipologia di vetture particolari: si prende un’utilitaria a grande tiratura e la si modifica tecnicamente, ricavandone una versione sportiva, dalle prestazioni esuberanti, ma dal prezzo ragionevole. Non c’è bisogno per forza di una supercar per divertirsi al volante: basta aggiungere una manciata di cavalli al propulsore d’origine, intervenire su assetto e freni per adeguarli alle prestazioni del propulsore, dare qualche ritocco alla carrozzeria per renderla più accattivante e il gioco è fatto. Il passato, del resto, regala esempi illustri di questa filosofia con modelli come la Mini Cooper, l’Autobianchi A112 Abarth, la Renault 5 Alpine. Presto il fenomeno dilaga: sembra che nessuna casa si sottragga all’obbligo di prevedere nel proprio listino un modello con queste caratteristiche. C’è chi potenzia motori aspirati, anche adottando testate plurivalvole, e chi ricorre alla sovralimentazione con il turbo, che ha fatto irruzione sulla scena tecnologica nel decennio precedente grazie soprattutto a Porsche e Renault. E se i cavalli erogati ai nostri occhi possono sembrare pochi, non dimentichiamo che, all’epoca, la massa delle vetture è di gran lunga inferiore a quella attuale, a tutto beneficio del rapporto peso/potenza. Poi, certamente, qualche rischio lo si correva. Tenuta di strada e frenata non sempre erano all’altezza delle prestazioni e talvolta le doti di guida richieste da certi modelli erano superiori a quelle della media degli utenti: il pericolo era dietro l’angolo. Oggi abbiamo (o dovremmo avere) una ben maggiore consapevolezza di questi limiti e possiamo godere delle doti di quelle vetture stando più attenti a come vanno utilizzate. Ecco perché, potendo, non bisognerebbe farsi sfuggire auto che, sopravvissute fino ai nostri giorni, rappresentano un’epoca destinata, tra normative ambientali e sulla sicurezza, a non tornare più. Le quotazioni delle “piccole bombe” sul mercato delle auto storiche sono oggi ragionevoli: qui trovate dieci esempi di quelle che vale la pena prendere in considerazione, se vi venisse voglia di cimentarvi nell’impresa. Con le considerazioni di sempre: preferenza per gli esemplari il più possibile conformi alla versione originale (la tentazione di pasticciare l’auto con modifiche personali era forte) e per quelli dalla meccanica meno sfruttata, per non dover incorrere in restauri troppo onerosi rispetto al valore complessivo dell’auto.