Ricerca, salute e nuove terapie, il giovedì alle 18
Iscriviti e ricevi le notizie via email

Per milioni di persone rappresenta il primo gesto della giornata, ma il caffè è molto più di una semplice abitudine. Dietro una tazzina di espresso si nasconde infatti un insieme di sostanze biologicamente attive che, secondo numerose ricerche scientifiche, possono influenzare il funzionamento dell’organismo ben oltre il classico effetto “risveglio”. Dal microbiota intestinale alla salute del fegato, fino al cervello e al metabolismo, un consumo moderato sembra associarsi a diversi potenziali benefici.

Cosa contiene davvero una tazzina

Un espresso senza zucchero apporta meno di cinque calorie e contiene quantità trascurabili di grassi, proteine e carboidrati. Il suo elemento più noto è la caffeina, presente mediamente tra 60 e 80 milligrammi, anche se il contenuto può cambiare in base alla miscela e al metodo di preparazione. Accanto alla caffeina sono presenti numerosi composti bioattivi, tra cui polifenoli, acidi clorogenici, melanoidine e, in alcune preparazioni, diterpeni come cafestolo e kahweol. Queste sostanze svolgono un’importante attività antiossidante e partecipano a diversi processi metabolici, rendendo il caffè una bevanda dal ridotto apporto calorico ma dagli effetti biologici rilevanti.

Il legame tra caffè, intestino e microbiota

Negli ultimi anni l’interesse della ricerca si è concentrato soprattutto sul rapporto tra caffè e salute intestinale. Una parte dei polifenoli e delle melanoidine non viene assorbita nell’intestino tenue e raggiunge il colon, dove diventa nutrimento per alcuni batteri benefici del microbiota. Gli studi osservazionali suggeriscono che chi consuma abitualmente circa tre-cinque tazzine al giorno presenta spesso una maggiore varietà della flora intestinale, considerata un indicatore di equilibrio dell’ecosistema batterico. Alcuni microrganismi favoriti dal consumo di caffè producono inoltre acidi grassi a catena corta, come il butirrato, sostanze importanti per mantenere in salute la mucosa intestinale e contribuire al controllo dei processi infiammatori.

Gli effetti sull’umore

Il microbiota dialoga continuamente con il cervello attraverso il cosiddetto asse intestino-cervello. Per questo motivo gli effetti del caffè potrebbero riflettersi anche sul benessere psicologico. Le ricerche indicano che un consumo regolare, anche di caffè decaffeinato, è associato a un minor rischio di depressione. Da una parte la caffeina agisce su neurotrasmettitori come dopamina e noradrenalina, aumentando attenzione e vitalità; dall’altra i polifenoli sembrano favorire un ambiente intestinale più favorevole, con possibili ricadute positive sull’equilibrio dell’organismo.

Naturalmente la risposta varia da persona a persona: quantità eccessive possono invece aumentare ansia, nervosismo e disturbi del sonno.

Un possibile alleato per fegato e cervello

Tra gli organi che sembrano trarre maggior beneficio dal consumo abituale di caffè c’è anche il fegato. Diverse ricerche hanno osservato un’associazione tra il consumo regolare della bevanda e un minor rischio di steatosi epatica, cirrosi e tumore del fegato, oltre a una riduzione della mortalità legata alle malattie epatiche. Le evidenze disponibili indicano che bere due o tre caffè al giorno potrebbe contribuire a ridurre il rischio di sviluppare patologie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer. L’azione della caffeina su specifici recettori cerebrali e il contributo degli antiossidanti sembrano infatti aiutare a preservare la funzionalità dei neuroni.

Quante tazzine sono consigliate

Le linee guida europee considerano generalmente sicuro, per un adulto sano, un apporto massimo di circa 400 milligrammi di caffeina al giorno, equivalenti indicativamente a tre-cinque espressi. Molti studi individuano proprio tra due e quattro caffè quotidiani la fascia nella quale sembrano concentrarsi i maggiori benefici. Il decaffeinato rappresenta invece una valida alternativa per chi desidera limitare la caffeina senza rinunciare ai polifenoli. Per le persone con ipertensione non controllata, aritmie, disturbi d’ansia, reflusso gastroesofageo o durante gravidanza e allattamento è invece opportuno concordare il consumo con il proprio medico.

Anche il modo di prepararlo fa la differenza

La preparazione influisce sulla composizione finale della bevanda. Il caffè filtrato trattiene gran parte dei diterpeni, mentre moka e altre preparazioni non filtrate ne conservano quantità maggiori. Per mantenere aroma e proprietà è consigliabile conservare chicchi o polvere in contenitori ermetici, al riparo da luce e calore. Infine, meglio evitare zucchero in eccesso, panna, creme e sciroppi aromatizzati, che aumentano notevolmente l’apporto calorico trasformando una semplice tazzina in un dessert. Inserito in uno stile di vita equilibrato, il caffè può quindi rappresentare non soltanto un piacere quotidiano, ma anche un potenziale alleato per il benessere dell’intestino, del fegato, del cervello e del metabolismo. Come sempre, il segreto resta la moderazione e il rispetto delle proprie caratteristiche individuali.


© RIPRODUZIONE RISERVATA