Lo sloveno oggi arriva a quota cinque Tour vinti, eguagliando quattro leggende come Jacques Anquetil, Bernard Hinault, Miguel Indurain e lo stesso Eddy Merckx


Riccardo Crivelli

Giornalista

26 luglio – 10:57 – MILANO

Ci sono campioni che segnano un’epoca e giganti che hanno regalato al mondo emozioni senza tempo. Poi c’è lui, Eddy Merckx, il più grande di tutti se si contano solo le vittorie: 525 successi in 14 anni, tra cui cinque Tour de France, cinque Giri d’Italia, una Vuelta, tre Mondiali da professionista, 33 classiche, 19 Monumento (sette Milano-Sanremo, cinque Liegi, tre Roubaix, due volte il Fiandre e due il Lombardia). E ancora: tre Freccia Vallone, tre Parigi-Nizza, tre Gand-Wevelgem e il record dell’Ora. Come lui ama spesso ripetere, “sono soltanto numeri”. Eppure nessuno immaginava che un giorno, all’orizzonte, si sarebbe stagliata la figura di un altro titano capace di avvicinarli e chissà, a fine carriera, addirittura di metterli in discussione. Intanto, Tadej Pogacar come Eddy Merckx, Jacques Anquetil, Bernard Hinault e Miguel Indurain sta per festeggiare il trionfo nel quinto Tour. Ad appena 27 anni.

Eddy, anche Pogacar l’ha raggiunta nel mito.

“Gli faccio i complimenti, ma credo che non si limiterà ad eguagliare me e gli altri campioni: presto migliorerà il nostro record di Tour vinti”.

Troppo forte lui o troppo remissiva la concorrenza?

“Forse quest’anno non aveva avversari all’altezza, Vingegaard a parte che è stato pure sfortunato. Però il danese si è staccato già nella prima tappa in salita e non mi sembrava in grado di tenere il passo dello sloveno”.

Si dice che Pogacar sia il corridore più simile a lei che sia apparso dopo il suo ritiro, quasi cinquant’anni fa. C’è qualcosa che la impressiona in particolare del campione sloveno?

“Ogni epoca ha i suoi campioni, non mi piacciono i paragoni. Certo, fin da quando è arrivato tra i professionisti, si capiva che aveva un talento speciale. Ecco, forse non credevo potesse diventare così impressionante in salita, mi sembra che ad ogni tappa batta i record di ascesa”.

Sta riscrivendo molti record della corsa francese, eppure il pubblico lo ha perfino fischiato.

“La gente vuole vedere lo spettacolo, si appassiona ai duelli, mentre lui quando decide di attaccare domina e non ha rivali, così manca un po’ di pathos. Però succedeva anche a me quando sfidavo Anquetil e Poulidor, i beniamini di casa, e quest’anno i francesi hanno Seixas nelle posizioni di vertice: magari si aspettavano che potesse essere più vicino a Pogacar”.

A proposito di Seixas: non ha ancora vent’anni. Può essere lui il rivale più accreditato di Pogacar in futuro?

“È giovane, lasciamolo crescere senza troppe pressioni. Sicuramente ha talento, ma non dimentichiamoci che lo sloveno non ha ancora 28 anni e ogni stagione sembra diventare più completo e più forte. Arrivare ai suoi livelli al momento mi sembra un’impresa quasi irrealizzabile”.

Il suo connazionale Evenepoel chiuderà secondo: ha disputato comunque un grande Tour.

“Si sta muovendo bene, diciamo che adesso è il primo dei “normali”. Remco è il più forte al mondo a cronometro, non c’è dubbio, ma non sono sicuro che in salita un giorno possa stare a ruota del miglior Pogacar”.

Tornando allo sloveno: il prossimo obiettivo sembra quello di vincere Giro, Tour e Vuelta nella stessa stagione. Un progetto folle?

“Neanche un po’, e se c’è uno che può farcela è proprio lui. Secondo me, se maturano le condizioni giuste, può riuscirci. Il Giro si corre a maggio, poi hai due mesi per preparare il Tour e quasi altri due per essere pronto per la Spagna, se non ci sono intoppi con la salute puoi mantenere la condizione per tutto il periodo. Certamente devi essere accompagnato da una squadra molto forte, con una rosa di corridori ampia, che sappia controllare bene le corse per evitare fatiche inutili nelle tappe apparentemente facili”.

Eddy, da troppo tempo noi italiani siamo solo spettatori nelle grandi corse a tappe. È davvero così difficile costruire un corridore che possa essere l’erede di Nibali?

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“Intanto, bisogna impedire che tanti giovani lascino il ciclismo perché lo ritengono uno sport troppo faticoso quando si comincia a fare sul serio. Serve lavorare su una base solida, senza mettere fretta a chi ha delle potenzialità ma aiutandolo a sviluppare le sue caratteristiche passo dopo passo. Occorre avere talento, certo, ma anche in quel caso il sacrificio è l’unico mezzo per arrivare in vetta”.