Il concerto dei Gorillaz andato in scena in piazza Unità nella serata di ieri 25 luglio regala soprattutto una conferma: Trieste può dire la sua nel panorama dei grandi live. Oltre sedicimila gli spettatori che hanno invaso la piazza, assistendo a uno spettacolo unico nel suo genere. Con trenta milioni di dischi venduti e un tour che celebra 25 anni di carriera, Damon Albarn e la sua band aggiungono un capitolo significativo alla storia della musica dal vivo nel capoluogo regionale. 

Innanzitutto perché, con circa il 30 per cento dei biglietti acquistati da persone giunte da diversi paesi europei, Trieste sfata il tabù della marginalità geografica. Spesso, a parlare con gli addetti ai lavori, si è sentito il ritornello delle criticità legate alla logistica: parcheggi, aree dedicate ai concerti, lo stadio Rocco a mezzo servizio e gli innumerevoli criticoni, mai così tanti da quando i social hanno un peso, hanno contribuito per anni a trasformare le possibilità triestine in un muro altissimo da scavalcare. 

La spilla in cirillico

E invece ieri sera le persone hanno ballato, festeggiato e ammirato lo show del già frontman dei Blur con grande naturalezza, come se le consuete difficoltà non esistessero. “La democrazia è la vostra eredità. È ciò che vi terrà vivi. La libertà di espressione è fondamentale, oggi più che mai” dice Albarn dal palco. Veste di verde militare, con una spilla che riporta due parole in cirillico e una bandiera della Bulgaria. Sembra un qualche omaggio alla storia dell’est nel secondo dopoguerra (forse è solo la rappresentazione del grande dittatore), e i legami di questa terra li ricorda in un passaggio a voce durante il concerto: “Italia, Croatia e Slovakia” è l’espressione di un quasi sessantenne inglese che confonde Lubiana con Bratislava, ma non importa granché. 

Il senso, forse infarcito di retorica, è che chi arriva da fuori rimane sempre affascinato dalle triangolazioni che la storia ha prodotto e continua a produrre in questo lembo d’Europa. Non è questione di alberghi pieni (che poi vabbè, bisognerebbe avere il tempo di verificarle le informazioni diffuse), né di come gli spettatori incidono sull’economia cittadina. Si dirà: “I bar e i ristoranti erano tutti pieni”. Certo, ma il provincialismo che questa città conosce a menadito non può essere il cortocircuito che innesca la scintilla della sua grandezza. La musica arriva dove per fortuna finisce la narrazione. 

Il tema

Il punto in questione è la capacità di organizzare un evento di tali proporzioni, capace di mostrare anche l’arrivo di Mannarino e di Elisa al concerto, con la cantante che ha pubblicato alcune storie sui suoi profili social. Ventiquattro pezzi, uno dietro l’altro con l’unica interruzione quando salta la corrente e per qualche minuto la musica svanisce. Se The Happy Dictator dà ritmo allo show (la grande critica a chi pensa che non ci sia bisogno di notizie vere), Melancholy Hill è momento spartiacque a metà concerto. Poi tra i brani del disco The Mountain e i vecchi successi che fanno ballare anche gli ingessati, il concerto dei Gorillaz mette diverse sottolineature. Una su tutte l’alleanza fondamentale, nella desertificazione intellettuale di oggi, tra la critica al sistema e quella sempreverde necessità di circondarsi di bellezza. Insomma, altro che “no more bad news”. 

Infine qualche dettaglio: a Trieste è stato venduto circa il sei per cento dei biglietti, mentre da fuori regione, è stato acquistato il 20 per cento dei biglietti. La distanza media tra il punto di provenienza degli spettatori e la città di Trieste è stata di 235 chilometri, mentre l’età media di chi ha comprato il biglietto è di 35 anni.