C’è un momento, al termine di ogni grande impresa, in cui la fatica lascia finalmente spazio alla consapevolezza. Per Luca Luini quel momento è arrivato sabato sera, quando ha fatto ritorno a Induno Olona dopo aver concluso la traversata delle Alpi in bicicletta a favore della ricerca sulla sclerosi multipla. Partito il 6 luglio proprio dal paese della Valceresio, ha percorso 2.700 chilometri affrontando oltre 45mila metri di dislivello, trasformando una sfida sportiva estrema in un messaggio di speranza e solidarietà.

Ad accoglierlo oltre un centinaio di persone, mentre gli ultimi chilometri, da Como fino a casa li ha percorsi insieme con diciannove amici, tutti in sella, rendendo ancora più emozionante il rientro. Non è stata soltanto una prova di resistenza fisica. Preparato per mesi con allenamenti e un’attenta organizzazione, il progetto aveva un obiettivo preciso: raccogliere fondi per sostenere la ricerca sulla sclerosi multipla e sensibilizzare l’opinione pubblica su una malattia che coinvolge migliaia di persone. Giorno dopo giorno, Luini ha affrontato alcuni dei più impegnativi passi alpini, pedalando spesso in solitaria ma accompagnato dall’affetto di chi ha seguito il viaggio attraverso i social network e ha scelto di contribuire alla raccolta benefica. Il risultato ha superato le aspettative. Al momento del rientro la colletta aveva raggiunto quota 9.735 euro, destinata a crescere grazie alle ulteriori donazioni (ieri sera era a 9.990).

«L’arrivo a casa è stato un momento davvero emozionante» – racconta Luca – «La raccolta fondi sta andando benissimo e sapere di avere così tanto affetto intorno, anche a distanza, mi ha aiutato a non mollare mai e ad arrivare fino in fondo». Con il traguardo raggiunto, l’adrenalina ha lasciato spazio alla stanchezza. «Adesso inizio a sentirla davvero – aggiunge -. Finora era coperta dal continuo susseguirsi delle pedalate, dall’organizzazione quotidiana, dalla gestione dei social e dei tantissimi messaggi ricevuti. Solo ora mi sto rendendo conto dello sforzo affrontato».

Guardandosi indietro, però, non cambierebbe nulla: «Non mi pento nemmeno di un allenamento fatto in questi mesi. Ogni uscita, ogni ora trascorsa in sella, ogni sacrificio è stato un piccolo mattone che ha contribuito a costruire questa impresa».

Nel bilancio finale dell’esperienza c’è anche un pensiero speciale: «Spero che la persona a cui ho dedicato la raccolta fondi sia felice e orgogliosa di questo progetto». Una frase che racchiude il significato più profondo di un viaggio nato non per inseguire un primato personale, ma per offrire un contributo concreto alla ricerca e dare speranza a chi ogni giorno convive con la malattia.

Ora è il momento del recupero, senza però mettere da parte l’obiettivo principale: «Mi riposerò qualche giorno, ma continuerò a promuovere la raccolta fondi – è la conclusione – Mi piacerebbe che continuasse a crescere ancora, perché sarebbe il modo migliore per dare ancora più valore a tutto il percorso compiuto».