Quando il ginocchio fa male, la reazione più intuitiva è concentrare ogni sforzo proprio lì: quadricipiti, flessione, estensione e mobilità dell’articolazione. L’artrosi, però, non riguarda soltanto la cartilagine deteriorata o il singolo distretto dolorante. Il modo in cui il bacino rimane stabile, il tronco controlla il movimento e il piede appoggia a terra può modificare l’intera catena con cui il corpo cammina, sale le scale o si alza da una sedia. Per questo la riabilitazione moderna guarda sempre più al ginocchio come a un anello di un sistema più ampio. L’esercizio terapeutico è già uno dei cardini della gestione dell’artrosi e le revisioni disponibili mostrano benefici sul dolore e sulla funzione, almeno nel breve periodo. La domanda più difficile è capire quali esercizi aggiungere al programma di base.

A provarci è un nuovo studio randomizzato pubblicato il 26 luglio 2026 su Scientific Reports. I ricercatori hanno coinvolto 100 persone di almeno 40 anni con artrosi del ginocchio di grado radiografico II o III, dividendole casualmente in due gruppi da 50. Tutti hanno eseguito esercizi convenzionali per il ginocchio tre volte alla settimana per otto settimane. La differenza era nel lavoro aggiuntivo: un gruppo allenava la stabilità del “core”, cioè l’insieme dei muscoli che controllano tronco, colonna e bacino; l’altro seguiva un programma di rinforzo per piede e caviglia. Non si confrontavano quindi persone attive con persone lasciate senza trattamento, ma due integrazioni diverse della stessa riabilitazione di base. Dolore, funzionalità del ginocchio e prestazioni fisiche sono stati misurati prima e dopo il percorso.

Al termine delle otto settimane l’approccio centrato sul tronco ha prodotto miglioramenti maggiori. Il vantaggio è emerso nel dolore a riposo, nelle diverse sezioni del questionario KOOS e nei test pratici: cammino veloce per 40 metri, alzate dalla sedia in 30 secondi e salita di undici gradini. Gli autori riferiscono che, per dolore e funzione percepita, le differenze tra i gruppi hanno superato le soglie utilizzate per distinguere un cambiamento puramente statistico da uno potenzialmente avvertibile nella vita reale. In altre parole, non sarebbe cambiato soltanto un numero sulla scheda: il beneficio potrebbe essersi tradotto in gesti quotidiani più facili. Una possibile spiegazione è che un bacino più stabile e un migliore controllo del tronco rendano più efficiente il trasferimento delle forze verso le gambe, riducendo compensi e carichi sfavorevoli durante il movimento. Quest’ultima, però, resta un’interpretazione biomeccanica, non una causa dimostrata direttamente dal trial.

Il risultato è promettente, ma va letto senza trasformare il “core” in una cura miracolosa. Lo studio è durato soltanto otto settimane e non chiarisce se il vantaggio persista nei mesi successivi, se valga allo stesso modo nelle forme più lievi o più avanzate, né quale combinazione di esercizi sia ideale per ogni paziente. Inoltre, alcune variazioni osservate a livello del tendine d’Achille e della struttura del piede sono considerate dagli stessi autori esplorative: potrebbero riflettere spostamenti temporanei di liquidi nei tessuti più che modificazioni anatomiche permanenti. La pubblicazione è inoltre presentata dall’editore come una versione anticipata non ancora sottoposta all’editing finale. Il messaggio utile non è allenare gli addominali a caso, ma valutare l’intera catena del movimento con un fisioterapista. Per chi soffre di artrosi, il programma dovrebbe essere adattato a dolore, equilibrio, forza, eventuali altre patologie e capacità di eseguire gli esercizi in sicurezza.

Nazir S.N.B., Asim A. Comparative efficacy of an 8-week core stability program versus foot-ankle strengthening on pain, function, and distal structural parameters in individuals with knee osteoarthritis: a randomized controlled trial. Scientific Reports, pubblicato online il 26 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-64385-z.

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