Muhammad Ali aveva edificato la propria leggenda sulla rapidità di piedi e d’istinto. Sul ring avanzava, indietreggiava e cambiava traiettoria con una leggerezza inattesa per un peso massimo. Fuori dal quadrato era ugualmente inarrestabile: parlava, punzecchiava, preannunciava l’esito dei combattimenti. Poi, lentamente, qualcosa cominciò a mutare. Nel settembre del 1984, a 42 anni e circa tre anni dopo l’addio alla boxe, ad Ali fu formulata una diagnosi inizialmente definita “parkinsonismo”. In seguito il quadro venne meglio precisato come malattia di Parkinson idiopatica a esordio precoce. Tremore, rallentamento motorio e difficoltà nell’articolare le parole divennero via via più evidenti, cambiando il volto pubblico di uno degli atleti più celebri di sempre.

La diagnosi dopo il ritiro

Il termine “parkinsonismo” non coincide con una sola malattia: indica una sindrome dominata da lentezza dei movimenti, rigidità e tremore a riposo, che può avere origini diverse. La malattia di Parkinson è la forma più comune, ma esistono parkinsonismi indotti da farmaci, associati ad altre patologie neurologiche o, talvolta, a traumi cranici. Nel caso di Ali, per anni si è discusso se i disturbi fossero la conseguenza diretta dei colpi incassati durante la carriera. Un’analisi più approfondita è arrivata nel 2022, quando tre neurologi che lo avevano seguito per oltre vent’anni hanno ricostruito la sua storia clinica su JAMA Neurology. Secondo gli specialisti, Ali presentava molte caratteristiche compatibili con un Parkinson idiopatico a insorgenza precoce: tremore a riposo marcato soprattutto a sinistra, bradicinesia, rigidità e una risposta significativa alla levodopa, il farmaco cardine per i sintomi motori. Anche gli esami di imaging cerebrale eseguiti negli anni Novanta mostravano alterazioni coerenti con questa diagnosi. Con il tempo comparvero postura flessa, passi brevi e strisciati, instabilità e cadute. Una progressione protratta per oltre tre decenni che, secondo i neurologi, somigliava molto più al Parkinson che a un semplice tremore post-traumatico. Per volontà dello stesso Ali non fu eseguita l’autopsia, quindi manca una conferma anatomopatologica definitiva.

I primi segnali

Il Parkinson è spesso identificato con il tremore, ma non tutte le persone tremano e non tutti i tremori significano Parkinson. L’esordio può manifestarsi con una maggiore lentezza nelle attività quotidiane, rigidità, riduzione dell’oscillazione di un braccio durante la marcia, micrografia, voce più flebile o difficoltà nell’avviare un gesto. Di frequente i disturbi nascono su un solo lato del corpo e diventano più marcati col passare del tempo. Nel caso di Ali furono notati tremore a riposo, rallentamento, rigidità e cambiamenti della voce, un tempo rapida e potente, divenuta via via più bassa e incerta. Con l’avanzare della patologia emersero anche problemi di deambulazione ed equilibrio. Accanto ai segni motori, il Parkinson può comportare manifestazioni non motorie: disturbi del sonno, depressione, ansia, stitichezza, dolore, stanchezza, riduzione dell’olfatto e, nelle fasi avanzate, difficoltà cognitive. Talvolta questi sintomi precedono quelli del movimento.

Che cosa accade nel cervello

La malattia di Parkinson è un disturbo neurodegenerativo progressivo che colpisce soprattutto i neuroni dopaminergici in una regione profonda del cervello chiamata substantia nigra. La dopamina è essenziale per la fluidità, la precisione e la coordinazione dei movimenti. Quando tali neuroni si deteriorano, programmare e modulare l’azione diventa più difficile: il gesto rallenta, i muscoli si irrigidiscono e l’equilibrio si fa meno sicuro. La diagnosi è prevalentemente clinica: il neurologo ricostruisce la storia dei sintomi e valuta tono, agilità, tremore, postura, cammino ed equilibrio. Non esiste un esame del sangue in grado di confermare la malattia; risonanza magnetica e indagini del sistema dopaminergico sono impiegate in casi selezionati per supportare la valutazione o escludere altre condizioni.

La boxe provocò il Parkinson di Muhammad Ali?

È la domanda che accompagna la sua vicenda da oltre quarant’anni. “Una risposta certa non esiste.” I traumi cranici ripetuti sono considerati un possibile fattore di rischio per lo sviluppo successivo del Parkinson. Un pugile professionista può subire numerosi impatti, anche senza perdita di coscienza. Ciò non consente però di affermare che i colpi abbiano causato direttamente la malattia di Ali. I neurologi che lo seguirono sottolinearono come andamento clinico, risposta alla levodopa, asimmetria dei sintomi e risultati degli esami fossero soprattutto compatibili con un Parkinson idiopatico. Pur riconoscendo il trauma cranico come fattore di rischio, precisarono che nel caso specifico non è possibile stabilire un nesso causale. È plausibile che l’esposizione prolungata ai colpi abbia contribuito alla vulnerabilità o anticipato l’esordio, ma resta un’ipotesi: trasformarla in certezza sarebbe scorretto.

Le cure disponibili

Al momento non esiste una terapia capace di guarire il Parkinson o di arrestarne con sicurezza la progressione. Farmaci, riabilitazione e interventi selezionati possono però ridurre i sintomi e preservare più a lungo autonomia e qualità della vita. La levodopa è uno dei capisaldi del trattamento motorio: nel cervello si converte in dopamina e può migliorare lentezza, rigidità e tremore. Nel caso di Ali, la buona risposta al farmaco rafforzò ulteriormente la diagnosi. La gestione va personalizzata e aggiornata nel tempo. Può includere altri farmaci dopaminergici, fisioterapia, attività fisica, logopedia, terapia occupazionale e interventi mirati ai disturbi del sonno, dell’umore o della pressione arteriosa. Nei pazienti idonei, quando i medicinali non controllano adeguatamente alcune fluttuazioni o discinesie, si può prendere in considerazione la stimolazione cerebrale profonda.

Il tremore davanti al mondo

Uno dei momenti più intensi della vita pubblica di Ali risale al 19 luglio 1996, durante l’inaugurazione dei Giochi olimpici di Atlanta. Apparve con la torcia in mano e il tremore, evidente, fu visto in diretta in tutto il mondo. Dodici anni dopo la diagnosi, accese il braciere olimpico. Quell’immagine mostrò la malattia senza veli, senza però ridurre il campione alla sua condizione neurologica. Non fu la dimostrazione che la forza di volontà sconfigga il Parkinson, ma qualcos’altro: la prova che si può continuare ad avere un ruolo pubblico, una voce e una dignità anche quando il corpo non risponde più come prima.

Dalla malattia all’impegno

Per anni Ali fu riluttante a diventare il volto del Parkinson. Poi scelse di usare la propria notorietà per sensibilizzare l’opinione pubblica e sostenere assistenza e ricerca. Nel marzo 1997, a Phoenix, nacque il Muhammad Ali Parkinson Center, dedicato ai disturbi del movimento, alla riabilitazione e al supporto di pazienti e famiglie. Nel tempo il centro si è ampliato, includendo programmi per cammino ed equilibrio, prevenzione delle cadute e accesso alle cure nelle comunità più difficili da raggiungere. La malattia che aveva rallentato i suoi gesti trasformò Ali in uno dei più riconoscibili ambasciatori della lotta al Parkinson.

Quando rivolgersi al medico

Un tremore occasionale può dipendere da stress, stanchezza, caffeina, farmaci o altre condizioni e non equivale automaticamente a Parkinson. Una valutazione neurologica è indicata quando il disturbo persiste, compare soprattutto a riposo, inizia da un solo lato o si accompagna a rigidità e rallentamento. Meritano attenzione anche un cambiamento progressivo del cammino, la riduzione dell’oscillazione di un braccio, la voce più bassa, la difficoltà ad avviare i movimenti o le cadute frequenti. La diagnosi precoce non elimina la malattia, ma permette di impostare prima un percorso personalizzato e di intervenire sui sintomi che più limitano la vita quotidiana.

La lezione di Muhammad Ali

La storia di Ali non dimostra che il coraggio sia una cura. Il Parkinson non si supera con la sola determinazione, né la sua comparsa si può ricondurre con certezza a un’unica causa. Mostra però quanto sia fondamentale non nascondere i sintomi, affidarsi a specialisti e distinguere le ipotesi dalle evidenze cliniche. L’uomo che aveva costruito la propria fama sulla velocità continuò a parlare al mondo anche attraverso la lentezza, trasformando una diagnosi personale in uno strumento di consapevolezza per milioni di persone.