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Alfio Sciacca, inviato a Venaus
Tende, amache, bagni chimici, per tre giorni sono stati gli unici comfort di giovani arrivati da ogni parte d’Italia e dall’estero. «Lottiamo per lo stesso obiettivo»
Sono francesi, indossano pantaloni mimetici e non usano telefonini, ma ricetrasmittenti. Difficile avere la certezza che facciano parte del «blocco nero» che ha dato l’assalto ai cantieri dell’Alta velocità. Ma non lo si può neanche escludere.
Libero da passamontagna e giaccone nero anche un black block si confonde facilmente con migliaia di persone che popola la cittadella del «Festival della felicità». Tende, amache, bagni chimici, per tre giorni sono stati gli unici comfort di giovani arrivati da ogni parte d’Italia e dall’estero. Le forze dell’ordine sono certi che i più violenti siano propri i francesi. Alcuni avrebbero lasciato la Val di Susa prima dello scadere delle 48 ore che potrebbero far scattare il fermo in flagranza differita. E chi è rimasto cerca di confondersi tra la folla dei manifestanti che ieri si divideva tra i dibattiti e la visita agli stand. Un tale mix che è impossibile distinguere i violenti dal resto del popolo No Tav.
Una umanità variegata, fatta soprattutto di giovanissimi che sembrano attratti più dall’opportunità dell’happening di tre giorni in Val Susa. Anche se la ragazzina dalla faccia pulita, arrivata da Roma, non rinuncia a fare la dura: «È inutile che tentate di fare distinzioni tra noi e il blocco nero. Qui lottiamo tutti per lo stesso obiettivo». E infatti, non c’è stata alcuna presa di distanze da parte del movimento «No Tav», che anzi rivendica di essere riuscito ad arrivare ai cantieri «raggirando tutti i divieti».
Del resto anche gli slogan non lasciano spazio alle interpretazioni. Il «blocco nero» l’ha scritto sul muro dei cantieri: «Fakir ti abbiamo vendicato». Ma anche tra le tende piantate una accanto all’altra nella spianata di Venaus c’è un altro striscione: «La polizia uccide Fakir». Evidente la saldatura con i fatti di Bologna. Una ragazza racconta che era in piazza la sera della protesta dopo la morte del 42enne. Ma quando gli chiedi di spiegare cosa lega le due battaglie, nega anche di essere di Bologna.
E si va oltre. Fino al G7 di Genova. «Da Carlo a Fakir, resistenza», recita un altro striscione. Come dire: agli occhi di tanti giovani lo Stato ha solo il volto della repressione. «Qui è tutto perfetto, come dovrebbe essere la società», dice con aria di sfida Vittoria, che viene da Torino. E gli scontri? «Ma perché parlate solo di quello? La cosa bella del festival è fare qualcosa di collettivo che funziona». Anche Samir, esponente del movimento Extinction Rebellion di Pisa lamenta la «cecità e sordità da parte delle istituzioni nell’ascoltare le voci che vengono dal basso». Tra i giovani si respira una grande voglia di incontrarsi. Spesso al di là delle battaglie politiche. E così, mentre Francesca Albanese si accalora parlando del genocidio di Gaza, a due metri di distanza c’è chi stende una corda e prova a camminare sul filo. Altri ci danno dentro in una lunghissima partita a pallavolo. Insomma c’è di tutto: il visionario che vuole cambiare il mondo e chi cerca solo l’occasione per condividere tre giorni in un’atmosfera che ha tanto il sapore del rave party.
In mezzo ci sono i violenti. Tendono a mimetizzarsi e ufficialmente il movimento non prende le distanze. Nonostante ciò la stragrande maggioranza dei giovani di Venaus sembrano solo estasiati dal ritrovarsi e vivere tre giorni come in una comune.
Non c’è più il movimento delle origini. Tanti sono alla loro prima volta in Val Susa. Non ci sono i vecchi leader. Alberto Perino è morto. Nicoletta Dosio, altro volto simbolo, si è vista di sfuggita. Residua, anche se cresce di numero, un popolo variegato di giovani, e diversamente giovani, accomunati da un’indistinta voglia di ribellarsi a qualcosa che ai loro occhi «è repressione». La Tav resta sempre più sullo sfondo. Quasi un pretesto per ritrovarsi. Come conferma il quesito che a fine giornata risuona nel tendone delle conferenze: «Compagno, ma alla base Camp Darby in Toscana abbiamo un presidio in grado di contrastare l’espansione militare degli Stati Uniti?».
26 luglio 2026
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