di
Laura Cuppini

I medici della Clinica Oculistica universitaria dell’Ospedale Molinette hanno realizzato un autotrapianto completo del segmento anteriore e della parte centrale della retina (la macula), da un occhio all’altro della stessa paziente

Quando è entrata all’Ospedale Molinette di Torino per essere operata agli occhi la signora Elena ha fatto una richiesta: poter portare con sé l’amata cagnolina Joe. La Direzione dell’Ospedale ha accettato e così Elena e Joe (che è un cane da accompagnamento per persone non vedenti) hanno affrontato insieme il ricovero e l’intervento. La donna, 67 anni, è rimasta cieca 5 anni fa in un incidente stradale, ma i medici della Clinica Oculistica universitaria hanno voluto tentare un recupero seppur parziale della vista, con un’operazione all’avanguardia: un autotrapianto completo del segmento anteriore e della parte centrale della retina (la macula), da un occhio all’altro della stessa paziente.

L’incidente aveva infatti provocato una lesione irreversibile al nervo ottico dell’occhio sinistro, ma lasciando sane le strutture oculari. Al contrario, l’occhio destro, già affetto da maculopatia, aveva subito traumi tali da compromettere irrimediabilmente la retina e la trasparenza della cornea. In più la distruzione della porzione contenente le cellule staminali rendeva impossibile un normale trapianto di cornea. I medici guidati dal professor Michele Reibaldi, sfruttando i tessuti sani ma non più funzionanti dell’occhio sinistro, hanno prelevato e trasferito nell’occhio destro un intero blocco anatomico comprendente la cornea, la sclera, la congiuntiva e la porzione centrale della retina (macula).



















































«Questo intervento rappresenta una nuova frontiera nella chirurgia oculistica – spiega Reibaldi, direttore della Clinica Oculistica universitaria delle Molinette, presso la Città della Salute e della Scienza di Torino -. Adesso aspettiamo di vedere quanto la retina trapiantata sia in grado di funzionare, ma i primi riscontri sono incoraggianti. È stata una maratona chirurgica molto complessa, durata quasi 6 ore, possibile grazie a una collaborazione straordinaria tra oculisti, anestesisti, infermieri e Direzione sanitaria. Ma il premio più grande per tutti noi è stato il momento in cui Elena, riaprendo gli occhi, ha riconosciuto il volto di suo figlio e la sua amata Joe».

«Sono supercontenta, sì, però sono arrabbiata adesso che mi sono vista allo specchio: cinque anni fa mi vedevo meglio», ha scherzato la donna. «Persona schiva, con vari problemi di salute, ha realizzato che i miglioramenti continuano giorno per giorno, il cervello si sta riabituando – ha spiegato Reibaldi -. È chiaro che non vedrà mai in modo normale, ma ha riconosciuto il figlio, vedrà il nipotino e ne sta per nascere un altro. Ha visto anche la sua adorata cagnolina, che l’accompagna da anni. Non gridiamo al miracolo, ma per fortuna la tecnologia va avanti, la medicina e la ricerca ci permettono questi interventi. Ci aspettavamo che riuscisse a percepire innanzitutto la luce, all’inizio ha iniziato a vedere in bianco e nero, ora riconosce i colori, ha distinto chiaramente una banconota».

Grafico

I controlli clinici confermano l’attecchimento dei tessuti trasferiti e un progressivo recupero funzionale dell’occhio. Ma solo tra diversi mesi si potrà capire se vi è realmente un recupero della vista. «La strategia dell’autotrapianto può essere praticata raramente ma è molto interessante: da un occhio non più funzionante possono essere prelevati tessuti rimasti intatti e trapiantati sull’occhio che ha subito danni in quelle specifiche parti, ma che è sano nelle altre – sottolinea Diego Ponzin, presidente dell’European Eye Bank Association e della Fondazione Banca degli Occhi del Veneto e professore di Oftalmologia all’Università di Ferrara -. Anche se non è detto che a un approccio chirurgico avanzato corrispondano risultati funzionali significativi, l’intervento alle Molinette è importante perché presenta un rapporto rischio/beneficio favorevole e darà informazioni sulle possibilità di attecchimento e integrazione dei tessuti retinici».

Qual è la particolarità dell’intervento fatto a Torino?
«Per quanto riguarda il segmento anteriore dell’occhio, l’importanza sta nell’estensione dei tessuti coinvolti nel trapianto: cornea, periferia della cornea e parte della congiuntiva. Si tratta di tessuti diversi tra loro, anche a livello biologico, ed è prezioso poter procedere all’autotrapianto perché sono tessuti che vengono normalmente rigettati se provengono da donatore, con risultati non favorevoli nel lungo periodo. Dunque la prospettiva relativamente a questa parte dell’intervento è molto buona».

C’è un «ma»?
«Diverso è il discorso macula-nervo ottico. La retina è un avanposto del cervello, ha un numero altissimo di connessioni cellulari che non siamo in grado di ricreare. Ad oggi non abbiamo la capacità di ricostruire un nervo ottico lesionato e non abbiamo notizie consolidate sulla possibilità che una macula trapiantata (anche autologa) possa integrarsi nel resto della retina e funzionare.  Se questo accadrà lo vedremo nei prossimi mesi, ma servirà tempo perché le cellule possano ristabilire le connessioni funzionali necessarie, che sono estremamente sofisticate anche dal punto dell’architettura. Quello che possiamo fare chirurgicamente è mettere il tessuto nel posto giusto e sperare che le cellule siano in grado di fare il resto».

È possibile che la donna abbia riconosciuto il volto del figlio?
«Forse la paziente può vedere qualcosa grazie alla retina periferica, esterna alla macula, che non consente una visione fine. Detto questo, sarei prudente sulla possibilità di guarigione dei tessuti retinici e quindi sul recupero completo della vista. Sono in corso studi anche molto avanzati, nel 2023 negli Stati Uniti è stato trapiantato un intero occhio, ma non è detto che un occhio vivo (cioè correttamente nutrito dalle connessioni vascolari) sia vedente, perché la visione è il risultato di un fenomeno ottico e di un processo neurologico. Come ho detto, non siamo ancora in grado di guarire o ricostruire un nervo ottico. La ricerca comunque va avanti: per esempio il nostro team di ricercatori ha avviato uno studio dove cercheremo di ricostruire lo strato più esterno della retina, l’epitelio pigmentato, che è importantissimo a livello metabolico».

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26 luglio 2026 ( modifica il 26 luglio 2026 | 20:12)