Negli ultimi anni il morbo di Parkinson non viene più considerato esclusivamente una malattia neurodegenerativa legata all’invecchiamento. Sempre più studi suggeriscono che, almeno in una parte dei pazienti, infezioni, microbiota intestinale e risposta immunitaria possano contribuire ad avviare o accelerare il processo che porta alla perdita dei neuroni dopaminergici. È un cambio di prospettiva che non sostituisce le cause genetiche e ambientali già note, ma le integra in una visione più ampia della malattia.
Una delle revisioni più complete sull’argomento, pubblicata su Frontiers in Neurology, analizza il possibile ruolo di virus e batteri nello sviluppo del parkinsonismo e, in alcuni casi, del Parkinson idiopatico. Gli autori sottolineano che il legame non è ancora dimostrato in modo definitivo, ma esistono numerosi indizi biologici che meritano attenzione.
Dall’influenza all’Herpes: quando le infezioni lasciano il segno
L’ipotesi nasce da osservazioni effettuate oltre un secolo fa, dopo la pandemia influenzale del 1918, quando alcuni pazienti svilupparono una forma di parkinsonismo successiva all’encefalite letargica. Oggi si ritiene che il virus influenzale non sia una causa diretta del Parkinson, ma possa favorire una risposta infiammatoria persistente nel cervello, capace di rendere i neuroni più vulnerabili ad altri fattori di rischio. Anche altri virus sono stati studiati:
Herpes simplex (HSV-1)
Epstein-Barr (EBV)
Virus della varicella-zoster
Epatite C
Virus del Nilo Occidentale (West Nile)
Virus dell’encefalite giapponese
HIV
Per ciascuno di questi agenti patogeni sono stati descritti possibili meccanismi di neuroinfiammazione, danno neuronale o attivazione autoimmune, sebbene le prove siano di forza diversa e spesso ancora preliminari.
Il mimetismo molecolare
Uno dei meccanismi più affascinanti è il cosiddetto molecular mimicry (mimetismo molecolare).
Alcuni virus possiedono proteine molto simili a quelle presenti nei nostri neuroni. Quando il sistema immunitario produce anticorpi contro il virus, questi possono riconoscere anche proteine dell’organismo, in particolare l’alfa-sinucleina, la proteina che tende ad accumularsi nel cervello dei pazienti con Parkinson.
In questo modo una risposta nata per eliminare un’infezione potrebbe, in soggetti geneticamente predisposti, contribuire ad alimentare una reazione autoimmune e favorire l’aggregazione dell’alfa-sinucleina.
Il microbiota entra in gioco
Negli ultimi anni il ruolo dell’intestino è diventato centrale.
Tra i batteri maggiormente studiati figura Helicobacter pylori, responsabile di gastrite e ulcera. Numerosi studi hanno osservato una maggiore frequenza dell’infezione nei pazienti con Parkinson e, in alcuni casi, un miglioramento dei sintomi motori dopo l’eradicazione del batterio.
L’ipotesi è che l’infezione cronica favorisca una produzione continua di citochine infiammatorie, alteri la barriera intestinale e, attraverso l’asse intestino-cervello, contribuisca alla neuroinfiammazione. Anche qui il mimetismo molecolare potrebbe avere un ruolo.
Altri lavori hanno inoltre evidenziato come alterazioni del microbiota (disbiosi) possano aumentare la permeabilità intestinale, favorire l’infiammazione sistemica e promuovere l’aggregazione dell’alfa-sinucleina lungo il nervo vago fino al cervello.
La neuroinfiammazione come motore della malattia
Secondo il modello proposto dagli autori, virus e batteri potrebbero attivare la microglia, le cellule immunitarie del cervello. Una volta attivate, queste rilasciano citochine infiammatorie come TNF-α, IL-1β e IL-6 che, se persistono nel tempo, possono danneggiare progressivamente i neuroni dopaminergici della sostanza nera. La barriera emato-encefalica diventa inoltre più permeabile, permettendo ad altre molecole infiammatorie di raggiungere il cervello. Il diagramma riportato nello studio (pagina 7) illustra proprio questa cascata biologica che conduce al danno neuronale.
L’alfa-sinucleina: da proteina patologica a possibile difesa
Lo studio propone anche un’interpretazione innovativa dell’alfa-sinucleina.
Questa proteina, tradizionalmente considerata soltanto responsabile dei corpi di Lewy, potrebbe svolgere anche una funzione di difesa contro virus e batteri. L’aumento della sua produzione durante un’infezione potrebbe rappresentare inizialmente un meccanismo protettivo. Il problema nascerebbe quando la risposta diventa cronica: l’alfa-sinucleina si aggrega, perde la sua funzione fisiologica e contribuisce alla neurodegenerazione.
Cosa sappiamo davvero
Le evidenze oggi disponibili indicano che alcuni agenti infettivi possono contribuire alla neuroinfiammazione e, in persone predisposte, aumentare la vulnerabilità dei neuroni dopaminergici. Tuttavia non esiste alcuna prova che il Parkinson sia una malattia infettiva o che un singolo virus o batterio ne rappresenti la causa. La malattia resta il risultato di una complessa interazione tra genetica, ambiente, invecchiamento e risposta immunitaria.
La prospettiva futura è quella di identificare biomarcatori precoci, comprendere quali pazienti siano maggiormente suscettibili alla neuroinfiammazione e sviluppare strategie preventive capaci di modulare il microbiota, controllare le infezioni croniche e limitare i processi infiammatori prima che il danno neuronale diventi irreversibile.