Tra le voci italiane più famose e giovani del panorama del doppiaggio, quella di Alex Polidori è una delle più apprezzate. Attore, doppiatore e cantautore romano, classe 1995, è oggi la voce italiana di Tom Holland e Timothée Chalamet, due delle più grandi star hollywoodiane del momento. Ma la sua carriera non si limita solo a questo mestiere: ha lavorato anche in televisione e ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo da bambino, al fianco di conduttori del calibro di Mike Bongiorno e Pippo Baudo. Oggi continua il suo percorso artistico tra cinema, serie tv e sala di doppiaggio, in un mestiere tanto affascinante quanto complesso.

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Sei entrato nel mondo dello spettacolo quando eri davvero piccolissimo, al fianco di due grandi della televisione come Pippo Baudo e Mike Bongiorno. Qual è il ricordo di loro che conservi con più affetto?

Sono state due esperienze incredibili, tra le tante che ho avuto la fortuna di fare da bambino, soprattutto grazie a Nino Frassica. Mi sono ritrovato in situazioni veramente incredibili, facendo sketch con lui, tantissime trasmissioni, varie edizioni di Domenica In, programmi con Amadeus, Carlo Conti… insomma, un sacco di cose belle, spettacoli anche in giro per l’Italia. Sanremo è stata forse l’esperienza più importante. Essendo piccolo, per me era un gioco, non me ne rendevo tanto conto. Sapevo che era una cosa importante, però mi divertivo, la prendevo con gioia, senza troppe paure. In realtà, quando sei più grande hai il giudizio e la paura di sbagliare. Si sviluppano tantissime cose, mentre quando sei piccolo te le godi molto di più. Io ero un bambino che comunque era contento di stare un po’ al centro dell’attenzione e vedevo che, quando facevo qualcosa che le persone guardavano, ero contento. Tra i ricordi più belli c’è Pippo Baudo che si è sbellicato dalle risate per un mio intervento. In questo sketch facevo il sindaco più giovane d’Italia, che ripeteva sempre lo stesso discorso in loop. Era una gag molto semplice, ma veramente divertente, e c’era il pubblico in lacrime dalle risate. E poi Bravo, bravissimo con Mike Bongiorno. Io entravo in scena facendo una sorta di valletto disturbatore. Avevo cinque anni e l’idea era che dovessi entrare e interrompere una presentazione di Mike Bongiorno, che è come interrompere un momento solenne, no? Forse il presentatore più iconico, insieme a Pippo. Mi ricordo la sua grande professionalità e la sua grande autorevolezza. Si scomponeva poco, però ogni tanto, fuori dal palco, era molto carino. In scena doveva per forza trattarmi male, perché la gag era proprio questa: dirmi che ci facevo lì e che dovevo andare via. Poi, fuori dal palco, si sincerava del fatto che io avessi capito che era una gag e che non ce l’avesse con me. C’erano anche bambini provenienti da tutto il mondo, si era creato un bel gruppo. Giocavamo a pallone durante le pause, quindi c’era davvero una bella atmosfera.

Che cosa significa realmente fare il doppiatore? Cosa hai dovuto imparare per arrivare dove sei oggi?

Fare il doppiatore significa essere attori, prima di tutto. Non è soltanto un fatto vocale: non leggiamo delle battute su un copione, ma recitiamo. Dobbiamo soprattutto recitare in pochissimo tempo, con tempi diversi da quelli dell’attore a cui andiamo a prestare la voce. Guardiamo la scena, momento per momento, e cerchiamo di capire il personaggio in poco tempo. Noi che entriamo in sala spesso non sappiamo neanche cosa andremo a fare, per motivi di riservatezza. Essere un doppiatore significa anche avere  lo spartito scritto dall’attore originale. Devi metterci la tua voce, il tuo strumento, un po’ della tua personalità, ma in fondo devi seguire molto l’originale. Quindi sei, ovviamente, un doppio attore, no? Questo si unisce a una grande componente tecnica, perché ci sono tantissime cose di cui tenere conto: il sync, l’emissione vocale, la dizione… Ma non si deve sentire che è tutto troppo impostato, per cui devi metterci un po’ di naturalezza. Ma quello che voglio che passi, prima di tutto, è che il doppiatore è un attore. Il doppiaggio è una branca, una specializzazione.

Secondo te il pubblico è davvero consapevole di questa cosa? Cioè che sia effettivamente una forma di recitazione a tutti gli effetti? Che ne pensi?

Non abbastanza. Ultimamente questo mestiere è venuto un po’ più alla luce, ci sono tanti appassionati e, rispetto a qualche anno fa, c’è molta più consapevolezza. Io ricordo che quando andavo a scuola, da piccolino, già facevo doppiaggio e, quando lo dicevo, i miei amici mi chiedevano cosa fosse. Anche le persone adulte. Ora invece tutti sanno più o meno di cosa si tratta. Però molti ancora pensano che basti avere una bella voce o che sia una semplice traduzione simultanea. Ricordo che, all’inizio, ogni tanto facevo venire dei miei amici ad assistere a dei turni di doppiaggio; all’epoca si poteva fare. Loro mi dicevano che era una cosa difficilissima, soprattutto guardare la scena una o due volte e registrarla subito. Per questo bisogna avere una preparazione per entrare in questo mondo ed essere da subito performanti.

Quest’estate torni a essere la voce di Tom Holland sia in Odissea sia nel nuovo Spider-Man. È lo stesso attore inserito, però, in due universi completamente differenti. In che modo cambia il tuo lavoro sulla sua voce? 

Non è realmente un cambio di voce. È più un fatto recitativo, di sfumature vocali, di risonanze, chiaramente di dettagli. In questo caso Tom Holland è sempre lui, ha il suo volto e la sua voce. Quindi io, essendo la sua voce ricorrente ormai da tanti anni, devo cercare sempre di incollarmi bene a lui e mi viene richiesto proprio dal direttore di doppiaggio con cui lavoro di fare questo esercizio, cioè ricalcare un pochino i suoi modi e i suoi toni. Quando faccio Holland devo mantenermi su un range un pochino più acuto, parlare sempre un po’ più in alto. Poi, però, la differenza la fa il personaggio. Diciamo che da Spider-Man a Telemaco di Odissea, per fare un esempio, non c’è un cambiamento vocale così evidente, però cambia proprio il modo di recitare e di dire le battute. Quando è Peter Parker è sempre un po’ impacciato, un po’ insicuro, timido. Poi, quando è Spider-Man, è un po’ più brillante, più simpatico, eroico, urla, affronta diversi combattimenti, quindi esce quella parte un po’ più d’azione, ma anche un po’ fumettistica, cartoonesca. Quando invece vado a fare Telemaco, il modo di recitare e di dire una battuta cambia completamente. Si usa proprio un’emissione vocale diversa. In questo film lui parla un po’ a bassa voce, quindi, a livello vocale, è più un lavoro di sfumature. Poi la recitazione deve risentire del fatto che interpreta un personaggio dell’antica Grecia, che ha tutto un altro modo di esprimersi. I ritmi sono diversi, è tutto più pesante, più cupo, più pieno di enfasi. È questo che fa la differenza: è sempre una questione di recitazione, principalmente.

Negli ultimi tempi si parla molto di intelligenza artificiale anche nel doppiaggio. Come guardi a questa evoluzione? E quali tutele dovrebbero essere irrinunciabili per un doppiatore?

Il nostro lavoro, almeno in Italia, non è stato ancora intaccato dall’intelligenza artificiale. In altri Paesi alcune piattaforme hanno fatto dei tentativi con prodotti minori, provando a farli doppiare dall’intelligenza artificiale, e il risultato è stato abbastanza pessimo. Da noi, invece, sono ancora casi veramente isolati. Alcuni aspetti li stanno regolamentando le varie associazioni di categoria e noi siamo in contatto con quelle di diversi Paesi europei per creare  una regolamentazione. Il nostro obiettivo è non farci campionare la voce a nostra insaputa.

Quindi non è una cosa che ti spaventa?

No, per ora non tanto. Quello che noi stiamo cercando di fare è mantenere una qualità alta. È vero che i ritmi forsennati ci hanno un po’ penalizzato nel poter mettere tutta la qualità che vorremmo nei prodotti che realizziamo, perché, comunque, più corri e meno fai bene le cose. Però in Italia siamo fra i più aderenti ai volti che interpretiamo e siamo bravissimi a recitare, quindi l’intelligenza artificiale non potrà mai raggiungere il nostro livello. Se invece cominciamo a omologarci alla piattezza dell’intelligenza artificiale, o a quello che in qualche modo ci viene richiesto, perché si cerca sempre di appiattire e standardizzare tutto, oltre che velocizzare il lavoro, allora sì: se da un’interpretazione non esce più quella vena artistica, tra tre anni un’AI potrebbe anche essere allo stesso livello. Tu, però, quando affronti scene complesse, di pianto o drammatiche, ci metti il cuore, e quel cuore credo sia irreplicabile. Per esempio sono stato al Giffoni, dove abbiamo incontrato tanti ragazzi che ci hanno fatto domande proprio su questo tema. Abbiamo cercato di sensibilizzare un po’ il pubblico, perché queste nuove generazioni devono sapere che esiste la qualità e non devono piegarsi alla piattezza di qualcosa di artificiale, per quanto possa sembrare affascinante. Noi ce la mettiamo tutta, però è anche vero che nel nostro settore stanno nascendo idee e piani B, perché chissà dove saremo tra dieci anni. La cosa importante è che, se sei un attore, cioè un artista, puoi sempre reinventarti in qualche modo. Non devi fare solo doppiaggio: sai recitare, puoi fare teatro, puoi fare tante altre cose. È anche quello che diciamo ai ragazzi: non dovrebbero puntare tutto sul doppiaggio. Tanti sono appassionati solo di doppiaggio, ma dovrebbero essere appassionati di recitazione, voler fare gli attori e poi specializzarsi nel doppiaggio, che oggi è un mondo che funziona ancora molto bene, ma che tra tanti anni potrebbe anche non esserci più.

Quindi chi vuole intraprendere questa carriera deve partire dalla recitazione, giusto?

Sì. Se non hai queste basi fai fatica. Poi può esserci anche il fenomeno che è bravo direttamente nel doppiaggio. Quelli sono talenti un po’ innati. Molti ragazzi che provano a farlo sono molto tecnici: magari imparano la tecnica, ma non hanno lo spessore, non hanno fatto esperienze in cui hanno dovuto creare un personaggio da zero. Quindi, poi, dover emulare un altro attore che interpreta un personaggio diventa complicato, perché non sai da dove partire se non appoggiandoti soltanto all’attore originale. Bisogna studiare recitazione come prima cosa, fare esperienze teatrali o, comunque, studiare recitazione e dizione. Poi, da lì, uno può fare un corso, una scuola o un’accademia di doppiaggio, dove si cimenta nell’ambiente della sala. È un passaggio in più.

Dopo oltre venticinque anni di carriera, qual è stata finora la soddisfazione più grande che questo mestiere ti ha regalato?

Devo dire che, ultimamente, cioè quest’anno, ho avuto forse le esperienze più belle proprio a livello di doppiaggio, ma soprattutto a livello attoriale, perché è stato un anno fortunatissimo. Siamo partiti con Marty Supreme, che è stato candidato agli Oscar: doppiare un attore che poi viene candidato agli Oscar è una bella responsabilità e, allo stesso tempo, una bella sfida. È anche qualcosa che ti arricchisce, perché sei costretto a seguire una recitazione molto sfaccettata, molto complessa, per un personaggio molto particolare. È un lavoro che ti lascia qualcosa, perché non è vero che ogni personaggio ti lascia qualcosa. Poi ho doppiato Obsession, un altro film con cui sono stato molto fortunato. Mentre lo facevamo non immaginavo il successo che avrebbe avuto, invece è stato considerato tra i migliori horror degli ultimi anni. È stato bellissimo vedere un film indipendente arrivare a incassare quanto produzioni molto più blasonate. E poi, appunto, Odissea è una soddisfazione grandissima.

Progetti futuri? C’è qualcosa che stai preparando?

Beh, è difficile poter parlare di tante cose. La tabella di marcia è questa: è uscito Odissea, poi il 29 luglio uscirà Spider-Man. Dopodiché sto lavorando ad altri film, tra cui uno di cui però non posso ancora parlare. Sto doppiando anche varie serie. Tornerà un’altra stagione di Outer Banks, una serie molto amata dai giovani, dove presto la voce a Rafe, che è un po’ il villain della serie. È uno dei pochi personaggi negativi che mi capita di interpretare, perché di solito faccio soprattutto i buoni. Posso dire che, probabilmente, verso la fine dell’anno doppierò Dune – Parte Tre, dove presto la voce a Timothée Chalamet, dovremmo iniziare verso ottobre. Il film dovrebbe uscire a dicembre.