Porsche prepara una nuova, pesante cura dimagrante. La casa automobilistica tedesca ha annunciato la riduzione di altri 5mila posti di lavoro entro il 2035, nell’ambito di un accordo raggiunto con i rappresentanti dei dipendenti e i sindacati. Considerando i tagli già programmati, la forza lavoro del gruppo sarà ridotta complessivamente di circa 8.900 unità.
Il piano fotografa la profondità della crisi attraversata da quello che per anni è stato uno dei marchi più redditizi dell’intero gruppo Volkswagen. Nel 2025 l’utile operativo di Porsche è crollato da 5,64 miliardi a 413 milioni di euro, con una flessione del 92,7 per cento. Il margine operativo sulle vendite, uno dei principali indicatori della redditività industriale, è precipitato dal 14,1 all’1,1 per cento.
Come saranno tagliati i posti di lavoro
La nuova riduzione di 5mila dipendenti sarà distribuita nell’arco di quasi dieci anni e, almeno secondo gli accordi raggiunti, non avverrà attraverso licenziamenti collettivi per motivi economici.
Porsche intende diminuire progressivamente il personale facendo ricorso al turnover naturale, al mancato rimpiazzo di chi lascia l’azienda, all’invecchiamento della forza lavoro, a un programma ampliato di pensionamento parziale e ad accordi di uscita volontaria.
L’intesa è stata raggiunta tra il consiglio di amministrazione e il consiglio aziendale generale, con il coinvolgimento dei sindacati tedeschi, tra cui IG Metall. In cambio dei sacrifici richiesti ai lavoratori, Porsche ha esteso fino alla fine del 2035 la garanzia sull’occupazione e sulla permanenza dei principali siti produttivi tedeschi. Fino a quella data sono quindi esclusi i licenziamenti determinati esclusivamente da ragioni economiche.
I nuovi 5mila tagli si aggiungono alle 3.900 riduzioni già programmate, portando il totale a 8.900 posti. A queste operazioni si affianca la soppressione di oltre 500 impieghi legata alla chiusura di tre società controllate: Cellforce Group, Porsche eBike Performance e Cetitec. Quest’ultima misura rientra in un intervento separato, deciso per concentrare le risorse sulle attività considerate centrali per il futuro del marchio.
Gli utili Porsche sono quasi scomparsi
La crisi non dipende soltanto da un temporaneo rallentamento delle vendite. Porsche sta affrontando contemporaneamente una diminuzione dei volumi, costi industriali elevati, pesanti investimenti per modificare la propria gamma e difficoltà commerciali in alcuni dei mercati più importanti.
Nel 2025 i ricavi sono scesi del 9,5 per cento, passando da 40,08 a 36,27 miliardi di euro. Le consegne sono diminuite del 10,1 per cento, da 310.718 a 279.449 automobili. Ma la contrazione dell’utile operativo, superiore al 90 per cento, è stata molto più marcata rispetto al calo del fatturato.
Il risultato è stato condizionato anche dai costi straordinari sostenuti per ripensare la strategia industriale. Porsche aveva puntato con decisione sulla crescita delle automobili elettriche, ma il mercato si è sviluppato più lentamente rispetto alle previsioni. La società ha quindi dovuto rivedere i programmi, prolungando la vita dei motori tradizionali e delle motorizzazioni ibride e sostenendo nuovi investimenti su piattaforme e modelli differenti.
La casa tedesca si trova così a finanziare contemporaneamente più tecnologie: auto elettriche, ibride e vetture con motore a combustione. Una scelta necessaria per adattarsi alla domanda, ma molto costosa.
Il crollo delle vendite in Cina
Uno dei problemi principali arriva dalla Cina, che per molti anni ha rappresentato uno dei mercati più redditizi per le case automobilistiche premium tedesche. Porsche deve ora confrontarsi con produttori locali capaci di offrire automobili elettriche tecnologicamente avanzate a prezzi spesso più competitivi.
La pressione non si è arrestata nel 2026. Nei primi sei mesi dell’anno Porsche ha consegnato complessivamente 122.306 vetture, il 16 per cento in meno rispetto alle 146.391 dello stesso periodo del 2025. La società ha attribuito la flessione alle difficoltà del mercato cinese, alla conclusione della produzione della 718 con motore a combustione e alla fine di alcuni incentivi fiscali statunitensi per le automobili elettriche e ibride.
Anche i primi conti del 2026 hanno confermato la pressione sulla redditività. Tra gennaio e marzo i ricavi sono diminuiti del 5,2 per cento, a 8,4 miliardi di euro, mentre l’utile operativo è sceso del 21,9 per cento, da 762 a 595 milioni. Il margine operativo si è ridotto dall’8,6 al 7,1 per cento.
Il peso dei dazi americani
Alle difficoltà in Cina si aggiungono quelle negli Stati Uniti. Porsche non possiede stabilimenti produttivi americani e importa negli Usa le vetture costruite prevalentemente in Europa. Il marchio risulta quindi particolarmente esposto ai dazi sulle automobili importate.
Per il 2026 Porsche ha stimato costi legati alle tariffe commerciali per circa 700 milioni di euro. La società prevede inoltre oneri straordinari compresi tra 800 e 900 milioni per sostenere la riorganizzazione e il riposizionamento della gamma. Per l’intero esercizio sono attesi ricavi tra 35 e 36 miliardi di euro e un margine operativo compreso tra il 5,5 e il 7,5 per cento: un recupero rispetto al disastroso 2025, ma ancora molto distante dai livelli di redditività raggiunti in passato.
Gli investimenti negli stabilimenti tedeschi
Il piano non prevede soltanto tagli. Porsche ha promesso investimenti per complessivi 2,1 miliardi di euro nei siti di Zuffenhausen e Weissach, nel sud-ovest della Germania.
Zuffenhausen è lo storico stabilimento nel quale vengono prodotte alcune delle vetture più rappresentative del marchio. L’obiettivo dichiarato è assicurare che anche nel lungo periodo le sportive a due porte continuino a uscire dalle sue linee di montaggio. Weissach resterà invece il centro nel quale saranno concentrate le attività di ricerca e sviluppo per tutte le famiglie di modelli.
Il compromesso raggiunto con i lavoratori è quindi chiaro: meno occupati, riduzione strutturale dei costi e maggiori sacrifici, ma nessuna chiusura immediata dei due siti principali e nessun licenziamento economico fino al 2035.
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