Nel tumore i macrofagi dovrebbero comportarsi come “spazzini” armati: riconoscere le cellule anomale, inglobarle e distruggerle. Il microambiente tumorale, però, può spegnere questa funzione e spingerli verso uno stato favorevole alla crescita della malattia. Un gruppo internazionale guidato dalla Inha University, in Corea del Sud, ha provato allora a ribaltare il problema con un’idea tanto semplice da raccontare quanto complessa da realizzare: far sembrare le cellule tumorali dei batteri agli occhi dell’immunità innata. Lo studio, pubblicato il 27 luglio 2026 su Signal Transduction and Targeted Therapy, descrive una piattaforma chiamata BAMPIRE, pensata per riattivare i macrofagi già presenti nel tumore senza doverli modificare geneticamente fuori dall’organismo.

I ricercatori hanno preparato nanoparticelle contenenti PAMP, cioè segnali molecolari associati ai patogeni, ottenuti da membrane di Escherichia coli e Staphylococcus aureus e combinati con lipidi sintetici. Grazie alla carica positiva, le particelle aderiscono alla superficie, negativamente carica, delle cellule tumorali: una sorta di “etichetta batterica” intercettata dai recettori di riconoscimento dei macrofagi. Il tumore non viene trasformato in un batterio e non vengono introdotti microrganismi vivi: viene modificato temporaneamente il modo in cui appare al sistema immunitario. In coltura, circa il 70% dei macrofagi ha fagocitato le cellule così rivestite, contro circa il 20% nei controlli. Sono aumentati anche segnali infiammatori come interleuchina-6 e TNF-alfa, mentre l’analisi dell’espressione genica ha mostrato una risposta simile a quella attivata contro un’infezione.

La strategia è stata poi sperimentata in topi con diversi modelli di tumore. Le nanoparticelle sono state iniettate direttamente nella massa tumorale, dove si sono associate alle membrane cellulari e hanno rallentato la crescita. Quando i macrofagi venivano eliminati sperimentalmente, l’effetto scompariva: un indizio importante che il meccanismo dipendeva davvero da queste cellule immunitarie. Il risultato più netto è emerso associando BAMPIRE alla doxorubicina, un chemioterapico capace anche di favorire una morte cellulare immunogenica. Nel modello MC38, due animali trattati con le sole nanoparticelle e tre sottoposti alla combinazione hanno raggiunto una remissione completa; il vantaggio della combinazione è stato osservato anche in modelli murini di tumore del colon e carcinoma mammario triplo negativo. In alcuni animali guariti, una nuova inoculazione di cellule tumorali non ha prodotto una nuova crescita, suggerendo la possibile formazione di memoria immunitaria.

Il dato è promettente, ma la distanza dalla clinica resta ampia. Non esistono ancora prove di efficacia o sicurezza nell’uomo, e un’iniezione intratumorale è più facilmente applicabile a masse accessibili che a malattie diffuse o metastasi profonde. Restano inoltre da chiarire la durata del rivestimento, il controllo dell’infiammazione, la selettività verso le cellule malate e la riproducibilità su tumori umani, molto più eterogenei dei modelli sperimentali. Nei topi non sono emersi aumenti rilevabili delle citochine sistemiche monitorate né alterazioni dei principali indicatori biochimici dopo il trattamento, ma questi risultati non possono essere tradotti automaticamente in garanzie per i pazienti. Lo studio indica comunque una direzione originale: anziché insegnare da zero all’immunità a riconoscere il cancro, si potrebbe rendere il cancro simile a qualcosa che l’immunità sa già attaccare molto bene.

Song S., Yu D., Kang H. et al., “Bacteria-mimicking cancer cells reprogram macrophages via multiple pattern recognition receptor pathways for cancer immunotherapy”, Signal Transduction and Targeted Therapy, volume 11, articolo 302, pubblicato il 27 luglio 2026. DOI: 10.1038/s41392-026-02856-5.

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