Nell’incertezza che circonda la strategia di Trump in Medio Oriente, ogni tanto sembra affiorare un punto fermo: l’America comunque vada ci guadagna, il rialzo del petrolio l’arricchisce. Nel vasto fronte mondiale anti-trumpiano il tema è ricorrente, il tycoon forse non ha una vera «dottrina» geopolitica, ma sa fare i conti e si fa guidare soprattutto dalla logica degli affari. Cosa c’è di vero in questa teoria? Di sicuro l’America continua a consolidare il proprio primato energetico globale. Non è una storia nuova e neppure recente. Superò Arabia saudita e Russia come produzione di petrolio e gas fin dai tempi di Obama, grazie alla rivoluzione tecnologica del fracking, horizontal drilling, e col boom dello shale gas. I concorrenti da parte loro hanno subito degli arretramenti per varie cause e anche qui Trump non c’entra: l’Iran venne sottoposto a sanzioni decenni fa, in Venezuela i regimi Chavez-Maduro tra corruzione e inefficienza indebolirono l’industria energetica, la Russia incappò a sua volta nella sanzioni sulle vendite di gas ai tempi di Biden. Il quadro si evolve da tempo in favore del primato americano, gli ultimi eventi hanno solo consolidato una tendenza.

C’è un anniversario che racconta la trasformazione dell’America. Il 24 febbraio 2016 una nave lasciò il terminale di Sabine Pass, in Louisiana, trasportando il primo grande carico di gas naturale liquefatto (GNL) esportato dagli Stati Uniti. Dieci anni dopo l’America è il primo esportatore mondiale di GNL. Ha superato Qatar e Australia, due potenze che sembravano destinate a dominare questo mercato a lungo. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito il 26 per cento di tutto il gas liquefatto scambiato nel mondo, contro il 21 per cento dell’anno precedente. Da soli esportano più di un quarto del GNL globale.



















































Il primato del gas liquefatto è solo la parte più visibile di una rivoluzione più vasta. Gli Stati Uniti sono contemporaneamente il primo produttore mondiale di petrolio e di gas naturale; sono esportatori netti di energia; vendono all’estero quantità record di greggio, prodotti raffinati, propano ed etano. Nel 2025 le esportazioni energetiche americane hanno raggiunto il massimo storico di 31 quadrilioni di Btu. Il saldo netto, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni, è arrivato a 11 quadrilioni di Btu: un record, superiore del 20 per cento a quello del 2024. Il petrolio e i suoi derivati rappresentano il 63 per cento dell’export energetico, il gas naturale un altro 29 per cento.

È un rovesciamento storico. Per buona parte del Novecento, e ancora all’inizio di questo secolo, la dipendenza energetica era considerata una delle vulnerabilità strategiche dell’America. Ogni crisi mediorientale evocava lo spettro delle file ai distributori, dell’inflazione importata, del ricatto esercitato dai produttori stranieri. Washington proteggeva le rotte del Golfo Persico anche perché la propria economia sembrava condannata a importare quantità crescenti di petrolio. Ancora nei primi anni Duemila si progettavano terminali portuali per importare gas liquefatto negli Stati Uniti. Poi arrivarono la fratturazione idraulica e le perforazioni orizzontali. Shale gas e shale oil liberarono risorse che esistevano da sempre ma non erano fino a quel momento economicamente sfruttabili. Il cambiamento non fu deciso da un piano statale. Nacque dall’incontro fra innovazione tecnologica, capitale privato, imprenditori indipendenti, proprietà privata dei diritti minerari e una vasta rete di oleodotti e gasdotti.

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Nel 2016 gli Stati Uniti esportavano appena mezzo miliardo di piedi cubi di GNL al giorno. Nel 2025 sono arrivati a 15 miliardi. Alla fine del 2026 si prevede che l’export raggiunga i 17 miliardi; nel 2027 più di 18 miliardi. La crescita non è finita. Nuovi impianti sono in costruzione lungo il Golfo del Messico, in Louisiana e Texas. La capacità americana potrebbe quasi raddoppiare entro la fine del decennio. L’International Energy Agency prevede che la quota statunitense sul mercato mondiale del GNL salga dal 25 per cento circa del 2025 a un terzo entro il 2030. Il modello statunitense ha alcune caratteristiche particolari. I terminali non sono finanziati dallo Stato, ma da investitori privati. Prima di aprire i cantieri, che possono durare cinque o sette anni e costare molti miliardi di dollari, le società firmano contratti di fornitura di quindici o vent’anni. Questi impegni garantiscono alle banche che l’impianto avrà clienti e ricavi.

Il GNL americano offre una flessibilità maggiore rispetto a molte forniture tradizionali. Una parte dei contratti non impone una destinazione rigida. Quando la nave è stata caricata può essere dirottata verso il mercato disposto a pagare di più o verso la regione dove la necessità è più urgente. È una differenza importante rispetto ai gasdotti, che uniscono in modo permanente il produttore a un compratore e creano rigidità: dipendenze geografiche difficili da modificare.

L’Europa è diventata il cliente principale. Il 65 per cento delle esportazioni americane di GNL si dirige oggi verso il mercato europeo; in alcuni momenti successivi all’invasione russa dell’Ucraina la quota ha sfiorato l’80 per cento. Gli Stati Uniti sono il primo fornitore europeo di GNL e il secondo fornitore complessivo di gas, dopo la Norvegia.

Il GNL è il fenomeno più nuovo, non l’unico. Nel petrolio gli Stati Uniti hanno raggiunto un risultato ancora più impressionante. Nel 2025 hanno prodotto in media 13,6 milioni di barili di greggio al giorno, il massimo mai raggiunto da qualsiasi paese. Il record precedente apparteneva agli stessi Stati Uniti. La produzione americana è risultata superiore di circa il 40 per cento a quella della Russia e dell’Arabia Saudita. Dopo l’abolizione, nel 2015, del divieto di esportare greggio, le vendite all’estero sono cresciute rapidamente. Nel 2024 hanno superato in media 4,1 milioni di barili al giorno. Nell’aprile 2026 hanno toccato temporaneamente 5,6 milioni, un nuovo massimo mensile.

L’America è anche una potenza della raffinazione. Nel 2025 ha esportato 2,4 milioni di barili al giorno dei tre principali carburanti per il trasporto: diesel e altri distillati, benzina e combustibile per aerei. È il primo esportatore mondiale di benzina, con una quota che negli ultimi dati comparabili superava il 16 per cento del mercato globale. Le raffinerie americane trasformano anche greggio importato e rivendono il prodotto finito in America Latina, Europa e altri mercati.

Un’altra componente poco conosciuta è quella dei liquidi del gas naturale. Il boom dello shale produce insieme con il metano grandi quantità di propano, etano e butano. Nel 2025 le esportazioni americane di propano hanno raggiunto il record di 1,8 milioni di barili al giorno. Cina, Giappone e Corea del Sud sono fra i maggiori clienti, perché il propano non serve soltanto per il riscaldamento: è una materia prima dell’industria petrolchimica. Anche le esportazioni di etano, usato per produrre etilene e plastiche, continuano ad aumentare.

L’insieme di questi primati non rende gli Stati Uniti immuni dalle crisi energetiche mondiali. Il prezzo del petrolio è globale: se un passaggio marittimo viene chiuso o un grande produttore interrompe le esportazioni, anche la benzina americana rincara. I terminali di GNL lavorano già vicino o sopra la capacità nominale e non possono sostituire da un giorno all’altro tutto il gas che venisse a mancare dal Golfo Persico. Nel 2025 quasi il 20 per cento del commercio mondiale di GNL attraversava lo stretto di Hormuz, soprattutto dal Qatar.

La nuova abbondanza cambia però il punto di partenza. L’America è il più grande produttore mondiale di petrolio e gas e il principale esportatore di GNL. Può rifornire alleati, conquistare mercati, influire sui prezzi e offrire alternative a fornitori ostili. Gas e petrolio sono tornati ad essere – come nella prima e seconda guerra mondiale e fino al 1956, anno della crisi di Suez – una componente della potenza americana, accanto al dollaro, alla tecnologia e alle forze armate. Trump ama presentare questo risultato come una conseguenza della sua politica di «dominio energetico». In realtà la rivoluzione energetica era già in corso sotto Barack Obama ed è proseguita sotto Joe Biden; ha beneficiato di innovazioni e investimenti accumulati per decenni. Le amministrazioni possono accelerare o rallentare i permessi, aprire o chiudere terreni federali, incoraggiare o ostacolare oleodotti e terminali. Ma la forza profonda viene dalla geologia, dalla tecnologia e dal mercato. Il dato politico più importante è proprio questa continuità. Mentre una parte del dibattito occidentale annunciava – prematuramente – il tramonto delle energie fossili, gli Stati Uniti ne sono diventati il produttore più efficiente e il maggiore venditore. Nello stesso tempo investono in solare, eolico, nucleare e nuove tecnologie. Non hanno sostituito una fonte con un’altra. 

Hanno aggiunto potenza energetica a potenza energetica. Il risultato è un’America che esporta ciò che vent’anni fa temeva di non avere abbastanza neppure per sé. La superpotenza digitale e finanziaria è tornata a essere anche una superpotenza mineraria, industriale e marittima. Il primo carico partito da Sabine Pass nel 2016 sembrava un esperimento. Dieci anni dopo appare come l’inizio di una nuova epoca.

27 luglio 2026, 17:18 – modifica il 27 luglio 2026 | 19:21