Per Kareem Abdul-Jabbar, abituato ad affrontare avversari, infortuni e due decenni di professionismo, il segnale di una delle prove più impegnative non arrivò dal parquet. Tutto iniziò con vampate di calore e sudorazione frequente: disturbi insoliti per lui, ma abbastanza vaghi da poter essere ricondotti alla stanchezza, all’età o a un periodo intenso. Decise comunque di consultare il medico. Un esame del sangue rivelò un numero insolitamente alto di globuli bianchi e gli approfondimenti successivi portarono alla diagnosi di leucemia mieloide cronica positiva per il cromosoma Philadelphia. Era dicembre 2008; quando rese nota la patologia, nel novembre 2009, aveva 62 anni. La parola “leucemia” gli fece temere il peggio, anche per il ricordo di un amico scomparso a causa di una diversa forma della malattia. L’ematologo gli spiegò però che quello specifico sottotipo poteva essere gestito con terapie mirate e controlli regolari. Non un responso da prendere alla leggera, ma neppure la condanna immediata che Abdul-Jabbar aveva immaginato.
Che cos’è la leucemia mieloide cronica La leucemia mieloide cronica (LMC) è un tumore ematologico che origina nel midollo osseo, sede di produzione delle cellule del sangue. Determina un’eccessiva proliferazione delle cellule della linea mieloide, in particolare dei leucociti. Il termine “cronica” indica che, almeno nella fase iniziale, tende a progredire più lentamente rispetto alle forme acute. Senza un trattamento efficace, tuttavia, può evolvere in una fase aggressiva, detta blastica. Si tratta di una patologia relativamente rara. Secondo AIRC rappresenta circa il 15-20 per cento di tutte le leucemie e, in Italia, colpisce annualmente una o due persone ogni 100.000 abitanti. È più frequente nell’età adulta avanzata e negli uomini.
Il cromosoma Philadelphia, l’errore genetico che guida la malattia Nella quasi totalità dei pazienti è presente un’alterazione specifica: il cromosoma Philadelphia. Una porzione del cromosoma 9 e una del cromosoma 22 si scambiano materiale genetico; da questo riarrangiamento nasce il gene di fusione BCR::ABL1, che codifica per una tirosin-chinasi anomala, in grado di inviare alle cellule un segnale proliferativo continuo. È come se l’acceleratore della produzione cellulare restasse premuto: i globuli bianchi aumentano in modo eccessivo, occupando progressivamente sangue e midollo. Questa alterazione è acquisita nel corso della vita e non viene, di norma, trasmessa ai figli. La sua identificazione è stata decisiva: BCR::ABL1 è il motore della malattia e il bersaglio delle terapie che ne hanno cambiato la storia clinica.
Le sudorazioni avvertite da Abdul-Jabbar Nel caso del campione, i primi segnali furono vampate e sudorazione persistente; l’emocromo evidenziò una marcata leucocitosi. Molte persone con LMC, tuttavia, non presentano alcun sintomo al momento della diagnosi: la patologia può emergere casualmente durante esami di routine o per altri motivi. Quando presenti, i disturbi possono includere:
– stanchezza e astenia persistenti;
– sudorazioni notturne abbondanti;
– febbre senza causa apparente;
– calo ponderale involontario;
– scarso appetito;
– dolore o senso di pienezza sotto l’arcata costale sinistra, per ingrossamento della milza;
– dolori ossei o articolari.
Si tratta di manifestazioni comuni a molte condizioni non oncologiche. Una sudorazione notturna o un periodo di stanchezza non equivalgono automaticamente a una leucemia. È però opportuno rivolgersi al medico se i sintomi persistono, peggiorano o si associano a dimagrimento, febbre, pallore, sanguinamenti inusuali o alterazioni dell’emocromo.
Come si arriva alla diagnosi Il primo passo è in genere l’emocromo, che misura globuli bianchi, rossi e piastrine. Nella LMC può mostrare un marcato aumento dei leucociti e la presenza nel sangue di cellule immature che normalmente dovrebbero restare nel midollo. L’emocromo da solo non basta: la diagnosi si conferma con analisi citogenetiche e molecolari su sangue e, quando indicato, su midollo osseo, alla ricerca del cromosoma Philadelphia o del gene BCR::ABL1. La quantificazione di BCR::ABL1 non serve solo a identificare la malattia: viene ripetuta nel tempo per valutare l’efficacia della cura.
La terapia che ha cambiato la prognosi Prima dei farmaci mirati, le opzioni di controllo erano limitate. Il trapianto di cellule staminali poteva offrire un’opportunità di guarigione, ma era un percorso impegnativo, non sempre praticabile e gravato da rischi. La svolta è arrivata con gli inibitori delle tirosin-chinasi (TKI). Il capostipite è stato imatinib, seguito da dasatinib, nilotinib, bosutinib, ponatinib e asciminib. Queste molecole bloccano l’attività aberrante di BCR::ABL1 e interrompono il segnale proliferativo. Nella maggior parte dei casi si assumono per via orale; posologia e modalità dipendono dal farmaco e dal profilo del paziente. La scelta terapeutica è personalizzata: l’ematologo valuta fase di malattia, eventuali mutazioni di BCR::ABL1, rapidità della risposta, età, comorbilità cardiovascolari o polmonari, interazioni e possibili effetti avversi. In caso di resistenza o intolleranza, la terapia viene modificata. Il trapianto allogenico di cellule staminali resta un’opzione soprattutto quando i TKI non controllano la patologia, risultano tutti intollerabili o in caso di fase blastica; è però molto meno frequente rispetto all’era pre-terapie mirate.
Una malattia controllabile non è una malattia trascurabile Grazie ai TKI, per molti pazienti in fase cronica l’aspettativa di vita può avvicinarsi a quella della popolazione generale. Questo traguardo dipende da accesso alle cure, aderenza ai trattamenti, risposta biologica e monitoraggio costante. Uno degli errori più rischiosi è sospendere la terapia perché ci si sente bene o perché gli esami sono migliorati: la riduzione dei sintomi non indica quanta quota di BCR::ABL1 sia ancora presente. Le linee guida europee prevedono controlli molecolari periodici: in generale, BCR::ABL1 si misura almeno ogni tre mesi fino al raggiungimento e alla conferma della risposta molecolare maggiore; quando la risposta è stabile, gli intervalli possono essere estesi secondo le indicazioni del centro ematologico.
“Cancer free”: perché remissione e guarigione non coincidono Nel febbraio 2011 Abdul-Jabbar scrisse di essere completamente libero dal cancro. Pochi giorni dopo precisò che l’espressione non era corretta: la patologia era stata ridotta a un livello minimo, ma non era possibile affermarne con certezza l’eliminazione definitiva. La distinzione è cruciale. Nella LMC si parla di risposta ematologica quando l’emocromo rientra nella norma e di risposta molecolare quando la quantità di BCR::ABL1 cala drasticamente. Una risposta molecolare profonda indica livelli estremamente bassi di malattia, non necessariamente l’assenza di ogni cellula leucemica. Oggi alcuni pazienti selezionati, dopo anni di trattamento e una risposta profonda mantenuta a lungo, possono tentare la sospensione del TKI: è la cosiddetta remissione libera da trattamento. La decisione va presa in centri esperti, con controlli molecolari molto ravvicinati e la disponibilità a riprendere subito la terapia se la risposta si perde. Molti altri devono invece proseguire il farmaco a lungo o per tutta la vita.
La lezione sanitaria della storia di Kareem Abdul-Jabbar Quella di Abdul-Jabbar non è la narrazione di una guarigione ottenuta con la sola forza di volontà. È il racconto dell’incontro fra un sintomo apparentemente generico, un semplice prelievo, una diagnosi molecolare precisa e una terapia disegnata per colpire il meccanismo che alimenta la neoplasia. Il campione fece una scelta decisiva: non ignorò un cambiamento insolito del proprio corpo. Le vampate e la sudorazione avrebbero potuto avere cause molto meno gravi, ma meritavano un approfondimento. La sua vicenda ricorda anche che “leucemia” non è un’unica malattia: forme acute e croniche, mieloidi e linfatiche presentano caratteristiche, percorsi terapeutici e prognosi profondamente diversi. Per questo le esperienze altrui, anche quando riguardano persone molto note, non possono essere utilizzate per prevedere l’evoluzione di un singolo caso.
