di
Monica Colombo

L’ultimo tentativo dell’ex direttore tecnico della Nazionale è stato sul nome di Thiago Motta

La «Pirl Harbour» è finita ieri sera senza comunicati, in un silenzio rumoroso carico di rabbia e di un senso di mestizia fra i tifosi. Cala il sipario su una vicenda che, seguita con curiosità sotto l’ombrellone, è stata definita più appassionante di «Beautiful», ma anche «una brutta figura» dal ministro dello Sport, Andrea Abodi. Di certo ha avuto più colpi di scena dell’Odissea di Christopher Nolan. Paolo Maldini e Leonardo, alla guida della direzione tecnica della Nazionale per soli diciassette giorni, si sono dimessi nel pomeriggio di ieri dopo che il caso delle sponsorizzazioni russe di Andrea Pirlo ha reso impraticabile il progetto sportivo che avevano immaginato. 

È deluso l’ex centrocampista del Milan, ora tecnico dello United Fc di Dubai, che era pronto a rientrare in Italia dalla porta principale. Irritati i due manager, che avevano iniziato l’avventura con grande entusiasmo, convinti di avere davanti a sé un lavoro impegnativo da svolgere ma fiduciosi di godere dell’appoggio di tutte le componenti calcistiche. E invece si sono sentiti pugnalati alle spalle, dopo gli attacchi mediatici subiti e il monito finale di Malagò: «L’ultima parola per la scelta dell’allenatore è la mia». Come in una serie tv, riassunto delle puntate precedenti: Pirlo era andato a dormire domenica sera nervoso per l’eco sollevata alla scoperta del suo accordo commerciale con Fonbet. Riteneva strumentali gli attacchi alla sua persona: in maniera ingenua non considerava grave il contratto sottoscritto con la piattaforma di betting di Mosca, tanto da non avere preventivamente informato né Maldini né Leonardo né tantomeno Malagò. Ecco perché quando i politici erano scesi in piazza per criticare la scelta di Paolo di nominarlo ct, riteneva ipocriti gli interventi. 



















































«Attribuire a tale collaborazione un significato politico significa attribuirmi convinzioni che non ho mai espresso e che non mi appartengono» aveva commentato domenica su Instagram ringraziando nel post solo Maldini e Leonardo, senza mai menzionare il presidente federale da cui si sentiva scaricato. Tanto che poi ieri mattina, avendo saputo che l’ufficio legislativo della Figc non aveva dato semaforo verde alla firma del suo contratto ha precisato di «aver appreso domenica sera di non essere più un candidato alla Nazionale». Lui aveva dato un giorno di riposo alla squadra degli Emirati: era tutto programmato per lo sbarco a Roma e l’incoronazione a ct. Invece è stata la fine delle illusioni. Il figlio Nicolò sui social ha preso le difese del padre: «Provo un’enorme amarezza, per il clima che si è creato attorno a una persona che ha sempre lasciato parlare il lavoro, senza cercare scorciatoie o consenso. Perché il rumore sembra contare più della competenza, del rispetto e dei valori».

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Paolo si è sentito tradito: ha ceduto al corteggiamento insistente di Malagò, dettato sia dalla necessità di puntare sulla figura più prestigiosa in circolazione ma anche dalla volontà di accontentare l’opinione pubblica. Piaccia o meno, Maldini è il contrario della filosofia di vita dell’antico presidente Silvio Berlusconi che predicava di essere concavo e convesso con l’interlocutore, a seconda delle necessità. L’ex capitano del Diavolo è tetragono, allergico ai compromessi, forse presuntuoso ma con una sua statura morale. Riteneva una promessa irrevocabile, la parola data da Malagò secondo la quale in condivisione avrebbero scelto il commissario tecnico. 

E invece dopo che è caduta l’opzione Pirlo, Paolo ha provato a mettere sul tavolo il nome di Thiago Motta. Gelo da parte del presidente federale, e allora Paolo ha capito. Meglio andarsene: ritiene che il termine «autonomia» che gli è stata prospettata sia una parola vuota. Inutile restare a lavorare in un ambiente dove avrebbe le mani legate e che sembra refrattario al cambiamento. Leonardo lo ha seguito senza battere ciglio, rifuggendo il ruolo di pontiere. Anzi. In questi giorni si è confidato solo con il maestro Adriano Galliani al quale ha chiesto riserbo assoluto. È uno specialista delle dimissioni, date all’Inter, al Psg ma soprattutto al Milan dopo una sola stagione da tecnico con il modulo del 4-2 e fantasia. «Me ne sono andato per ragioni di incompatibilità e di stile. Sono cose che ho detto anche a lui (sottinteso Berlusconi, ndr) ma tutto ciò che non è specchio a Narciso non piace», disse con coraggio all’epoca. Oggi condivide un pensiero con Maldini: «Non vogliono il cambiamento».

28 luglio 2026 ( modifica il 28 luglio 2026 | 08:32)