Giuditta Lualdi è un nome molto noto a Busto Arsizio. Se vi capita di entrare in un bar, in un negozio o in un ristorante e pronunciare il suo nome, è difficile trovare qualcuno che non la conosca. Il legame con il mondo della pallavolo è indissolubile: papà Massimo e la cugina Anna hanno riportato Villa Cortese dalla Serie B all’A3 nella scorsa stagione; anche mamma Paola giocava a pallavolo mentre il fratello Filippo ha giocato per anni e oggi segue le orme del padre nel ruolo di assistente allenatore. Lo sport in casa Lualdi è un affare di famiglia, ma non è l’unico anello di congiunzione tra Giuditta e la comunità bustocca. Nel 2022 nasce infatti Cuore Pieno, l’associazione benefica di cui Filippo è presidente e Giuditta vicepresidente. Attraverso lo sport si propone di aiutare le famiglie più bisognose. L’evento Busto Arsizio Sport ne rappresenta la testimonianza più concreta.

Giuditta, guardando alla tua carriera, si può dire che sei rimasta poco tempo lontana da casa, tornando a Busto piuttosto presto. È stata una tua scelta?

«Sì. Sono uscita di casa presto (a Casale Monferrato nel 2014, ndr), ma ho avuto un brusco cambio di prospettiva con l’avvento del Covid. Mi trovavo a San Giovanni in Marignano e mi sono spaventata molto. La situazione era totalmente instabile e, in più, vedevo soffrire persone vicine a me e alla mia famiglia. Tutto questo mi ha fatto capire che non avrei più voluto vivere lontano da casa. Così, nella stagione 2020-21, firmai con la Futura».

Hai giocato in entrambe le realtà di Busto Arsizio, Futura e Uyba. Come mai le due società non riescono, o non vogliono, unire le proprie forze? Dovrebbero farlo?

«È un argomento spinoso perché riguarda le persone più che lo sport. Giocare in Serie A nella mia città è stato un sogno che si è realizzato, compreso quello di condividere il campo con Carli Lloyd, uno dei miei idoli. Da sempre io e la mia famiglia eravamo abbonati al PalaYamamay e ogni domenica eravamo sugli spalti. Si può immaginare la mia emozione quando Enzo Barbaro mi chiamò per chiedermi di giocare alla Uyba. Inoltre sono sempre stata molto attratta dal modo in cui la Yamamay prima e la Uyba poi hanno gestito comunicazione, marketing e immagine, tanto da sceglierle come argomento della mia tesi di maturità. Venendo alla domanda, le due società lavorano in modo diverso e trasmettono valori e modelli differenti. La Futura è una società molto solida, ma investe ancora troppo poco sull’immagine e, sotto questo aspetto, ha spesso vissuto all’ombra della Uyba. Da bustocca e da tifosa, la loro unione sarebbe auspicabile perché consentirebbe di alzare il livello e ambire a risultati ancora più importanti. Tuttavia, se le persone che guidano le due società resteranno le stesse, credo sia difficile che possa accadere: le ragioni sarebbero le stesse che portarono alla separazione di una decina d’anni fa».

Quali sono, secondo te, le ragioni della disaffezione dei tifosi verso la Uyba negli ultimi anni? Esiste una ricetta per invertire la tendenza?

«La prima è il calo del livello della rosa e, di conseguenza, dei risultati: vincere porta inevitabilmente pubblico, è una legge non scritta dello sport. Credo poi che il recente aumento dei prezzi dei biglietti abbia infastidito molti tifosi, soprattutto quelli più affezionati. Su questo, però, non mi sento di criticare la società: è giusto non svalutare il nostro sport e, se questo significa pagare qualcosa in più, io lo farei volentieri per sostenere il movimento. Aggiungo che gli ultimi anni sono stati caratterizzati da grande incertezza e poca chiarezza, a partire dalla vicenda Velasco. Quando cambiano così spesso le figure societarie è difficile creare senso di appartenenza. L’immagine più evidente è quella della curva degli ADF, oggi molto meno popolata rispetto al passato. Anche la presenza di un numero sempre maggiore di giocatrici straniere, pur rappresentando un vantaggio tecnico e mediatico, non aiuta a riempire il palazzetto: la barriera linguistica rende più difficile coinvolgerle nelle iniziative con il territorio e, inoltre, la loro permanenza a Busto è spesso molto breve».

Che cosa ha significato essere il capitano della Uyba negli ultimi anni della tua carriera?

«Qualcosa che non osavo nemmeno sognare. Quando si capì che Julio Velasco sarebbe diventato l’allenatore, avevo già il contratto per la stagione successiva. Non mi scelse lui come giocatrice, ma qualche mese dopo, al termine della preparazione, mi chiamò per propormi di diventare capitano. In quel momento mi sono sentita riconoscere qualcosa che andava oltre la pallavolo e riguardava il mio modo di essere dentro e fuori dal campo. Non bisogna essere per forza dei fenomeni per fare la differenza. Sentii anche che Julio era andato oltre l’episodio dell’incidente, dimostrandomi che un errore non può definire una persona».

Quando Caprara lasciò improvvisamente la Uyba, La Prealpina titolò “Modello Giuditta e Gianni se ne va”. Vuoi raccontare come andarono davvero le cose?

«All’epoca si diffuse la convinzione che l’addio del coach e di Borruto fosse legato al fatto che io non stessi giocando, ma non era così. L’allenatore decise di mettermi fuori rosa ritenendomi la principale causa dei problemi della squadra, che arrivava da tre sconfitte consecutive. Il problema, però, non era tecnico, bensì personale. Non mi sarei mai permessa di contestare una scelta tecnica, anche perché sono figlia di un allenatore. Col senno di poi, il mio errore fu restare in una squadra dove sapevo di non essere gradita da alcune persone. Ma non avrei mai indossato un’altra maglia che non fosse quella di Busto, e per questo rimasi».

Com’è stata l’esperienza da team manager e perché è durata soltanto una stagione?

«Avevo deciso di smettere di giocare con l’idea di mettere su famiglia, cosa che poi non si è realizzata e ha cambiato i miei programmi. La società aveva manifestato la volontà di tenermi al suo interno e così è stato. È stata un’esperienza molto positiva: mi sono trovata benissimo con le ragazze, che mi hanno aiutata tanto. Da fuori ho compreso le dinamiche che da giocatrice non vedevo e quanto lavoro ci sia dietro ogni stagione. Me ne sono andata perché era diventato impossibile svolgere serenamente il mio lavoro: i rapporti con alcuni membri del club si erano deteriorati per questioni personali».

Quali sono i tuoi progetti adesso e che ruolo avrà la pallavolo nella tua vita?

«Oggi lavoro come consulente in un’azienda del territorio e questa nuova esperienza mi sta piacendo molto. Mi stimola imparare un mestiere diverso e sono grata a chi mi ha dato questa opportunità. Tornerò anche a giocare, in Serie B, con la Giocosport Barzanò, una società nella quale mi riconosco per i valori che trasmette. Porterò in palestra la stessa passione e la stessa dedizione di sempre, ma tengo a precisare che la pallavolo, da oggi in poi, sarà soltanto un hobby».