Nel 1982 il futuro aveva una data precisa: 2019.

Era l’anno nel quale Ridley Scott aveva ambientato Blade Runner, immaginando una Los Angeles perennemente avvolta dalla pioggia, illuminata da pubblicità gigantesche e dominata da società capaci di costruire esseri artificiali quasi impossibili da distinguere dagli uomini.

Quel 2019 è ormai alle nostre spalle. Non abbiamo automobili volanti che sfrecciano tra i grattacieli e non incontriamo replicanti all’angolo della strada. Eppure, più passa il tempo, più il mondo di Blade Runner sembra avvicinarsi al nostro.

Per questo l’arrivo di Blade Runner 2099, la nuova miniserie destinata a Prime Video, non rappresenta soltanto il ritorno di una delle saghe più affascinanti della fantascienza. È anche l’occasione per riproporre una domanda che oggi appare più attuale che mai: che cosa resterà dell’uomo quando le macchine saranno capaci di imitarlo?

Una nuova Los Angeles, cinquant’anni dopo

La serie sarà ambientata cinquant’anni dopo gli avvenimenti di Blade Runner 2049, il film diretto da Denis Villeneuve che nel 2017 aveva riportato sullo schermo il mondo creato da Scott.

Gli otto episodi di Blade Runner 2099 arriveranno insieme su Prime Video il 25 novembre 2026. Il primo teaser è stato presentato al Comic-Con di San Diego, riaccendendo immediatamente l’interesse degli appassionati della saga.

Los Angeles è stata ricostruita, ma non dagli uomini. Al centro della storia ci sarà Cora, interpretata da Hunter Schafer, una fuggitiva che, nel tentativo di smettere definitivamente di scappare, assume una nuova e pericolosa identità: quella di una Blade Runner.

Sarà costretta a collaborare con Olwen, una replicante ormai vicina alla fine della propria esistenza, interpretata da Michelle Yeoh. Le due dovranno inseguire un fuggitivo che nasconde una verità in grado di far crollare il fragile equilibrio della città. Ridley Scott partecipa al progetto come produttore esecutivo, mentre la guida della serie è stata affidata a Silka Luisa.

Il futuro di ieri assomiglia al presente

La forza di Blade Runner non è mai stata soltanto nei suoi grattacieli, nei neon o nelle automobili sospese sopra la città.

Il cuore della storia è sempre stato il confine sempre più sottile tra naturale e artificiale. I replicanti hanno un corpo costruito in laboratorio, ricordi che potrebbero non appartenergli e un’esistenza decisa da qualcun altro. Ma provano paura, desiderano vivere e sembrano capaci di soffrire.

Gli esseri umani, al contrario, spesso appaiono freddi, violenti e incapaci di empatia.

Il film originale, ispirato al romanzo di Philip K. Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, trasformava così una storia investigativa in una riflessione sull’identità, sulla memoria e sul significato stesso della parola “umano”.

Oggi quelle domande non appartengono più soltanto alla fantascienza. Parliamo ogni giorno con programmi capaci di rispondere, scrivere, tradurre e inventare storie. Possiamo generare il volto di una persona mai esistita, ricostruire una voce, modificare un ricordo fotografico o creare un video nel quale realtà e finzione diventano difficili da separare.

Non siamo ancora davanti ai replicanti di Blade Runner. Ma abbiamo già cominciato a chiederci come riconoscere ciò che è autentico, a chi appartengano le creazioni prodotte dalle macchine e fino a quale punto sia giusto affidare agli algoritmi decisioni che riguardano gli esseri umani.

Le macchine possono avere ricordi?

In Blade Runner i ricordi non sono soltanto qualcosa che appartiene al passato. Possono essere costruiti, copiati e inseriti nella mente di un essere artificiale per dargli l’illusione di aver avuto un’infanzia, una famiglia e una vita precedente.

È uno degli aspetti più inquietanti e poetici della saga. Se una persona ricorda un episodio mai accaduto, l’emozione che prova è falsa oppure diventa comunque reale?

La domanda oggi potrebbe sembrare meno assurda di quarant’anni fa. Fotografie ritoccate, profili digitali, video generati e archivi conservati sui telefoni stanno cambiando il modo nel quale ricordiamo la nostra vita. Una parte della nostra identità non è più custodita soltanto nella memoria, ma nei dispositivi, nelle piattaforme e nei dati che lasciamo ogni giorno.

Blade Runner non aveva previsto esattamente la tecnologia del nostro tempo. Aveva però intuito la sensazione che quella tecnologia avrebbe potuto provocare: la paura di non riuscire più a distinguere con sicurezza il vero dal costruito.

Un mondo nel quale gli uomini non sono più al centro

La nuova serie sembra destinata a spostare ulteriormente il punto di vista. In Blade Runner 2099 Los Angeles è rinata in una società profondamente diversa, nella quale l’umanità non appare più necessariamente la forza dominante.

È un cambiamento importante. Nei primi film erano gli uomini a creare, utilizzare e inseguire i replicanti. Ora il rapporto potrebbe essersi rovesciato, costringendo gli esseri umani a confrontarsi con una realtà nella quale non sono più la misura di ogni cosa.

Cora e Olwen sembrano rappresentare proprio questa nuova ambiguità: una fuggitiva che diventa cacciatrice e una creatura artificiale prossima alla morte. Due figure apparentemente opposte, unite dal bisogno di scoprire chi siano davvero e quanto tempo rimanga loro per scegliere il proprio destino.

Quarant’anni dopo, la stessa domanda

Il primo Blade Runner non fu subito un grande successo. Con il passare degli anni è però diventato un film di culto e uno dei modelli visivi più influenti della fantascienza moderna. Il British Film Institute lo descrive come una delle rappresentazioni cinematografiche più memorabili della distopia urbana, capace di conservare intatte le proprie domande sull’identità, sulla tecnologia e sulla crisi della società.

La nuova serie avrà un compito difficile: rispettare quell’eredità senza limitarsi a riprodurne la pioggia, i neon e le atmosfere malinconiche.

Ma parte già da un vantaggio. Il mondo reale si è avvicinato alle domande di Blade Runner molto più di quanto avremmo immaginato.

Nel 1982 guardavamo i replicanti chiedendoci se un giorno le macchine sarebbero diventate simili agli uomini. Nel 2026 la domanda potrebbe essere diversa: riusciranno gli uomini a conservare ciò che li rende umani mentre le macchine imparano sempre meglio a imitarli?