Immediate e violentissime le polemiche. “Nauseante”, “vergogna”, “orribile”, “mostro” sono alcuni degli insulti che sono volati sui social, tradendo l’irritazione di quello che viene percepito come un tradimento da parte di un’icona del mondo woke. Vero nome George Alan O’Dowd, nato a Londra il 14 giugno 1961 da un muratore dublinese e da una donna che aveva lasciato la bacchettona Irlanda dell’epoca per sfuggire allo stigma di madre nubile e che il padre riempiva di botte anche quando era incinta di lui, della sua infanzia Boy George ha parlato come di “una triste canzone irlandese”. Gay dichiarato e tossicodipendente al punto che nel 1986 il Sun gli aveva pronosticato solo otto settimane di vita, icona dell’androginia e della diversità sessuale, nel 1988 aveva cantato il duro brano di protesta “No Clause 28” contro una legge voluta da Margaret Thatcher per vietare di “promuovere l’omosessualità nelle scuole”: un brano ancora più provocatorio, per l’utilizzo di un inserto audio con la voce dell’allora primo ministro. Culture Club si chiamava la band con cui divenne famoso: “club culturale” in omaggio al primato di inclusione e rappresentatività dell’essere costituita da un cantante di origine irlandese, un bassista nero giamaicano, un batterista ebreo e un chitarrista inglese.