Una ragazza di 20 anni ha scambiato per una banale influenza quello che si è poi rivelato una grave condizione cardiaca, arrivando a un passo dalla morte prima di essere salvata da un dispositivo d’avanguardia. È la storia di Ainsley Flynn, statunitense, oggi 21enne, che racconta a People come da quell’esperienza sia nata la scelta di lavorare come tecnico di assistenza ai pazienti proprio nell’ospedale che l’ha curata, l’Allegheny General Hospital di Pittsburgh, mentre completa gli studi da infermiera alla Duquesne University.
Dai sintomi al ricovero d’urgenza
Tutto era iniziato con un’influenza comune a tutta la famiglia, proprio nei giorni di Natale. «Non mi sentivo benissimo, ma ho tirato avanti e stavo persino programmando di passare il Capodanno con i miei amici», racconta Flynn. Dopo il ventesimo compleanno, il 28 dicembre, la situazione è però peggiorata rapidamente: «I sintomi? Un mal di testa fortissimo, come se avessi fame o fossi disidratata. Ero sempre più debole, avevo una tosse forte e la febbre». Sintomi che sono durati circa sei giorni, fino alla comparsa di un dolore al petto che Flynn aveva inizialmente attribuito alla tosse: «Mi sentivo debole e dormivo molto, così ho detto a mia madre che dovevamo andare al pronto soccorso. Pensavo fosse solo un’influenza molto forte».
Al pronto soccorso le condizioni sono precipitate ulteriormente: «Ho iniziato a vomitare, perdevo conoscenza e diventavo sempre meno reattiva». È stato in quel momento che i medici hanno scoperto un accumulo di liquido attorno al cuore, da drenare urgentemente: «Ricordo che ero lì sdraiata, e la cosa successiva che ricordo è di essermi svegliata in terapia intensiva». La diagnosi è stata di miocardite virale, un’infiammazione del muscolo cardiaco che ne riduce la capacità di pompare sangue.
Dimessa dalla terapia intensiva, dopo appena un giorno la sua pressione sanguigna è però «schizzata alle stelle», perché il liquido si era di nuovo accumulato attorno al cuore, che non funzionava più correttamente.
Portata d’urgenza in sala di emodinamica per un nuovo drenaggio, Flynn racconta l’attimo in cui ha compreso la gravità della situazione: «All’inizio pensavo sarebbe stata una procedura di routine come il giorno prima, ma poi ho iniziato a vedere l’urgenza sui volti di tutti, e ricordo di aver chiesto: “Sto per morire?”. È l’ultima cosa che ricordo di aver detto prima che mi sedassero».
Il dispositivo che l’ha salvata
Flynn è andata incontro a insufficienza cardiaca ed è stata collegata a un sistema di ossigenazione extracorporea (ECMO), prima di essere trasferita all’Allegheny General Hospital, dove le è stata impiantata una pompa cardiaca Impella, un dispositivo che ha permesso al cuore di riposare e recuperare progressivamente le proprie funzioni. «Se i medici non avessero impiantato la pompa Impella, oggi non sarei dove sono», dice Flynn. «Impella ha aiutato il mio cuore a tornare al suo funzionamento originale. È un dispositivo rivoluzionario che mi ha permesso di alzarmi e camminare mentre il cuore guariva nel modo in cui doveva farlo».
Il lavoro all’ospedale
Dopo l’esperienza, Flynn lavora oggi come tecnico di assistenza ai pazienti proprio all’Allegheny General Hospital, mentre porta avanti il terzo anno di infermieristica alla Duquesne University. «Ogni giorno al lavoro mi viene ricordato, in modo positivo, di come la mia vita sia stata salvata in questo ospedale, e di quanto sono fortunata a poter incidere sulla vita dei pazienti», racconta. «Quando ho iniziato a lavorare qui mi dicevo: non importa quanto sia brutta la giornata, perché a fine turno posso comunque andare via da questo reparto. La mia storia è una storia di successo, e oggi lavoro con le stesse persone che hanno contribuito a salvarmi la vita, e siamo diventati amici».
Ultimo aggiornamento: martedì 28 luglio 2026, 16:23
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